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Mezz’ora prima del silenzio elettorale vorrei fare un paio di riflessioni.

Cinque anni fa, mentre in piazza il centro sinistra festeggiava, io ero un po’ amareggiata. Dopo quasi 20 anni di attività politica e una lunghissima serie di sconfitte, anche con buoni candidati, la coalizione Lega-Centrodestra aveva sempre vinto. 5 anni fa, invece, complice la separazione tra Lega e Centrodestra, diventava sindaco Giovanni Manildo, un vecchio amico degli Scout, un bravo ragazzo, ma di certo non il migliore dei candidati possibili.

Avevo votato per lui, ovviamente, perché non potevo che votare per il centrosinistra, ma insomma, ero preoccupata. Confesso che temevo che Giovanni non fosse abbastanza preparato.

In questi 5 anni Giovanni Manildo mi ha dimostrato che sbagliavo (e chi mi conosce sa quanto odio dire questa cosa…)

E’ riuscito a tenere insieme una Giunta complessa e un Consiglio Comunale con una maggioranza a volte governata da una certa forza centrifuga, ha saputo scegliere persone capaci in posti strategici, mi vengono in mente tra tutti le Assessore Alessandra Gazzola e Liana Manfio, che su fronti diversi hanno fatto uno splendido lavoro, è riuscito a cambiare in meglio l’aspetto della città, è riuscito a mettere ordine in questioni annose ricevute in eredità dal precedente modello di gestione, e anche se a mio avviso in alcuni casi è stato fin troppo generoso e signore, io credo che sia stato un ottimo sindaco.

Per questo domenica andrò a votare Giovanni Manildo con convinzione.

Voterò la lista del PD, e darò le mie preferenze a Liana Manfio, che ha svolto un ruolo fantastico per la partecipazione reale dei cittadini, e a Stefano Pelloni, che è un investimento su un ragazzo molto giovane ma molto maturo, con cui ho condiviso un bel pezzo di strada in quartiere.

Ma potrei votare per mio fratello Dario Brollo, o per Michela Nieri, o per Nicolò Rocco, o Francesca Piva, o Stefano Vanin, o Franco Dalla Pozza, o Giuseppe Pettinati, o Claudia Pizzinato, o Vittorino Marangon, o Patrizia Riscica, o Marco Scolese. Sono moltissime le persone davvero in gamba che si sono messi in gioco in queste elezioni amministrative, sono in molti i miei amici, e io sono davvero fiera di loro e di questa campagna che hanno affrontato.

Viviamoci questo #secondotempo

 

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Ecco l’innovazione

Lanciato oggi il primo social speed date!

Un evento innovativo per Assistenti Sociali innovativi, che non hanno paura di mescolarsi tra loro, con altre professioni, con altri metodi e altri strumenti.

Senza primi della classe, parlando insieme di competenze e prospettive. Come raramente nella nostra professione si riesce a fare.

siateci

https://www.assistentesocialeprivato.it/corsi/social-speed-date-evento-nazionale/

Posto dal sito dell’Indipendent un video girato nel momento in cui in Irlanda finalmente è stata resa legale l’IVG. Non conosco le storie di queste donne. Le loro lacrime mi dicono che hanno tutte lottato perché i diritti delle donne ad una gravidanza scelta e consapevole fossero, appunto diritti. Le loro lacrime evocano il dolore che solo le donne riescono a sentire sulla loro pelle pensando alla sofferenza di un’IVG, per quanto consapevole o costretta, e quanto l’illegalità aumenti la sofferenza e il dolore. Prima di 40 anni fa in Italia aumentava sicuramente la mortalità delle donne, costrette a pratiche raccapriccianti per abortire. Certo, non quelle con i soldi, perché spesso quella era la misura della sofferenza.

Pensando a questo enorme passo avanti verso l’umanità di un paese religiosamente forse più affossato del nostro, non posso non pensare al fatto che in quest’anno si celebra il quarantennale della svolta, delle riforme umane della fine degli anni 70. Il 13 maggio si sono celebrati i 40 anni dalla Legge Basaglia, con la chiusura dei manicomi e il riconoscimento implicito in essa dell’umanità del malato psichico, e della sua curabilità, della dignità da garantire alla sua vita.

Il 22 maggio del 78 fu approvata la 194, e l’aborto divenne legale, e le donne poterono togliere alle mammane il potere sulla loro vita e sulla loro morte.

E il 23 dicembre saranno quarant’anni dalla 833, la legge costitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, allora un’avamposto eccezionale di democrazia e uguaglianza.

Nel 2021 festeggeremo i 40 anni dall’abolizione del delitto d’onore. E per fortuna. Quanti femminicidi oggi sarebbero derubricati come tali se quella vergogna fosse ancora una legge di uno Stato più imperfetto di ora?

Lascio perdere il male che mi fa sapere che queste leggi, questi baluardi che hanno reso il nostro paese libero e laico, che hanno fatto di individui senza diritti uomini e donne con dignità siano continuamente rimessi in discussione da anacronisti baciapile.

Quello su cui vorrei soffermarmi è questo. Tutte quelle leggi, e molte precedenti come il referendum sul divorzio del 74, sono nate da un movimento non partitico ma politico di persone, individui, associazioni, anche professionali, che hanno contribuito in quegli anni alla nascita di un fondamentale dibattito nazionale su questi temi. In ogni sede istituzionale e non si è creato il tessuto sociale capace di condurre i legislatori (parliamo del 78, un ennesimo governo Andreotti, il rapimento di Moro, il fallimento del tentativo di compromesso storico, quindi non un legislatore particolarmente liberale, diciamo) a votare queste leggi. Che sono state leggi della società più che dello stato.

Ecco, al di là del complessivo imbarbarimento di certa politica, io credo che oggi il problema del paese sia l’assenza di movimenti reali culturali che possano guidare il paese a una rinascita non tanto e non solo economica quando sociale. Abbiamo visto immagini come quelle del video all’approvazione della Cirinnà, sono state approvate le DAT, ma manca un reale coinvolgimento dei conoscitori dei fenomeni sociali nella realizzazione di percorsi alternativi a quelli dati dalle nuove risorse.

E quando vedo molte delle mie colleghe Assistenti Sociali spaccare il capello sulle troiate invece di essere il cambiamento che dovrebbero rappresentare, penso che abbiamo fallito. Che non potremo mai essere di nuovo fonte e sorgente di rivoluzioni culturali, che poi, diciamocelo, era la nostra vocazione vera: non risolvere i problemi spicci delle persone sulla base dell’avanzo di bilancio, ma affrontare i problemi della società per renderla un luogo più giusto, dove quei problemi non esistessero più. Ma ci vuole pensiero laterale, immaginazione, e un bel po’ di coraggio

Fortunatamente so che non siamo tutte così. Per questo vi parlerò nei prossimi giorni di “WALK ON THE WILD SIDE” – scenari professionali inediti per assistenti sociali anticonvenzionali, il primo social speed date in Italia. Perché mentre alcune colleghe giocano malamente a chi piscia più lontano, noi perseguiamo il cambiamento. Il nostro, e quello della società

La legge Basaglia è stata approvata 40 anni fa, ora più ora meno. Ma gli ospedali psichiatrici non han chiuso subito. ce ne sono voluti di anni. E io li ricordo bene quegli anni, per essere cresciuta a qualche centinaio di metri dal manicomio di Sant”Artemio, ora ridente sede di un’inutile ente provinciale, un tempo luogo di reclusione e dolore. Sono passata dal vedere la chiusura di questo imponente edificio, nel 78 avevo 5 anni, del quale percepivo soltanto che fosse luogo di sofferenza perché le uniche notizie certe che ne avevo venivano dalle ambulanze che la sera venivano a prendere i corpi dei malati in fuga che finivano sotto al treno. Non avevo letto Foucault all’epoca, e mi chiedevo chi fosse il matto che aveva pensato di mettere così vicino alla strada ferrata un luogo da cui si volesse scappare. Solo dopo ho capito che quel passaggio a livello segnava volutamente il confine tra la città e quello che dalla città veniva espulso. Non a caso lì accanto c’era anche il brefotrofio, altro luogo inquietante dei miei ricordi di infanzia, dove sapevo vivere bimbi fantasmi, che non si vedevano mai. Poi, ad anni 80 avanzati, ho assistito piano piano all’apertura del manicomio, ci sono entrata alcune volte per animare le messe o i panevin, ma soprattutto ho assistito alla riacquisizione della libertà dei non più internati. Li incontravo all’osteria dove io prendevo il gelato e loro si giocavano scarsi spiccioli in ombre di vino scadente. Io li guardavo e non capivo perché li chiamavano matti. Erano assolutamente innocui, a volte simpatici a volte sul depresso. Mi parevano solo vecchi, non diversi da quelli che condividevano la mia vita nella famiglia allargata di una strada senza uscita in un quartiere periferico. Io lo so che il mio interesse per la salute mentale nasce da questa vicinanza e da questa curiosità di sapere come vivevano lì dentro, a pochi passi da dove vivevo io. E so che non sempre la chiusura degli OP ha avuto un riscontro positivo in termini di apertura e accogliebza nei servizi territoriali. E so che oggi, con poche risorse e un aumento delle situazioni patologiche, sono stata seguita anche io per i miei disturbi d’ansia e di panico (e cent’anni fa mi avrebbero internato, altro che xanax), molti si chiedono se non si dovrebbe ripensare tutto questo. Ma io quei vecchi li ricordo bene, e ricordo bene la sensazione di bambina che se li avessi presi per mano e portati a casa, lavati vestiti e nutriti, avrei potuto farne dei nonni invece che dei matti. E per quanto inutile e dispendiosa trovi quella sede dell’inutile ente provinciale, mi auguro che mai più ci siano luoghi di esclusione e sofferenza come un tempo quell’edificio è stato, come tutti i manicomi sono stati.

Sono iniziate oggi le Elezioni per il rinnovo delle RSU. Sono molti i lavoratori che hanno votato, ma molti dovranno andare nei prossimi tre giorni per raggiungere i quorum. Nella mia azienda il quorum sfiora di poco i 4000 votanti, che non sono affatto semplici da raggiungere. A chi non vota tolgo l’amicizia, cosa che non farò con chi non vota per me, che non è indispensabile

Volevo però sottolineare una cosa quanto meno irrituale.

Il rinnovo delle RSU riguarda i lavoratori. Le liste sono liste di sigla sindacale, ma poi una volta eletti si diviene Rappresentanze Sindacali Unitarie e si cerca di lavorare insieme a favore dei lavoratori tutti, quelli della propria sigla, quelli delle altre, quelli non sindacalizzati. Anche se ci sono modelli che vorrebbero per il futuro che, per esempio, gli effetti degli accordi integrativi si ripercuotessero solo sugli iscritti alle sigle sindacali firmatarie dell’accordo. Non è un problema che al momento riguarda ancora la PA. Quindi sorvoliamo

Nello svolgimento delle elezioni e nella fase preparatoria l’Azienda fornisce dati e strumenti necessari a organizzare il voto, dagli elenchi degli aventi diritto ai permessi e alle sedi per i seggi, ma si astiene dal compiere qualsiasi altro gesto. Il voto per l’RSU è cosa dei lavoratori dipendenti.

Mi dicono invece, e qui l’irritualità, che il Sindaco di Venezia, spesso tacciato di comportamento antisindacale, abbia oggi inviato una mail a tutti i dipendenti, invitandoli al voto, e soprattutto al voto per quelle rappresentanze sindacali che in questi anni hanno accettato di sottoscrivere un contratto collettivo invece di alzarsi e andarsene dal tavolo.

Si badi, per correttezza intellettuale ci tengo a dire due cose. Io non sono allineata con i dipendenti in maniera pedissequa, più volte ho ribadito anche in questo blog che era indispensabile tagliare i fondi produttività e le indennità di dirigenza e posizione organizzativa che il Comune di Venezia poteva dare solo in virtù del Casinò e della Legge Speciale, ma che erano sovrastimate rispetto alla norma e alla decenza. Inoltre, l’unico Sindacato ad aver firmato il contratto integrativo con Brugnaro è il mio, la CISL. (Che, devo dire, ha il vantaggio che mi fa rimanere di garantire la massima autonomia decisionale alle rappresentanze sindacali unitarie, quindi non è la CISL ad aver scelto la linea da tenere con Brugnaro ma sono la RSA CISL e la RSU del Comune di Venezia).

Ma che un sindaco scriva ai dipendenti invitandoli ad andare a votare per l’RSU e suggerendo non proprio velatamente per chi votare, oltre ad essere irrituale è veramente sgradevole. Ancora una volta il Sindaco di Venezia dimostra la sua limitata conoscenza del funzionamento e dei “riti” della Pubblica Amministrazione, oltre a quella del buon gusto.

Negli ultimi giorni i giornali riportano un dibattito serrato, che viene ripreso in occasione del rinnovo delle RSU soprattutto dalla CGIL, a seguito delle affermazioni del Direttore Generale della Sanità del Veneto, Dr. Domenico Mantoan, in un suo intervento per Motore Sanità. In questo intervento Mantoan dice, di fatto, che la sanità privata è fondamentale per la sopravvivenza degli standard nel sistema sanitario veneto, e che per questo sarà ulteriormente sovvenzionata soprattutto in alcuni ambiti.

Questo è il virgolettato di Mantoan “La sanità pubblica e la sanità privata non devono andare in competizione ma devono collaborare, ognuno ha dei compiti ben precisi ‘ è intervenuto Domenico Mantoan, direttore generale della Sanità della Regione Veneto -. Il privato ospedaliero rappresenta il 18% dei posti letto in Veneto, è un privato a cui abbiamo affidato dei settori ben definiti, in particolare l’ortopedia, la chirurgia e la riabilitazione, in alcuni casi fa anche da presidio ospedaliero per una zona. Noi abbiamo rispettato i patti: abbiamo dato budget e tariffe certe con pagamento delle loro prestazioni entro 60 giorni. Questa è la sintesi di un rapporto tra sistema sanitario pubblico e privato che al nostro sistema regionale ha dato risultati positivi negli ultimi 5 anni”.
“Il futuro ‘ ha anticipato Mantoan – è la gestione del territorio, di fronte ad un popolazione che invecchia ed è accompagnata anche da qualche malattia: per alcune strutture territoriali, come gli ospedali di comunità e altre forme assistenziali, una delle ipotesi è quella di sperimentare delle formule assieme al privato accreditato. Se non passa l’autonomia, abbiamo dei vincoli che ci pone la normativa statale (non possiamo assumere medici ed infermieri) per cui siamo costretti a guardare a queste ipotesi, perché dobbiamo dare risposte al cittadino”.

Io cado dalle nuvole, perché per la prima volta sono d’accordo con quello che dice il Dr. Mantoan: la sanità pubblica e quella privata non devono andare in competizione ma collaborare. Sono personalmente certa che in molti ambiti il sistema sanitario regionale crollerebbe se non ci fosse il supporto della sanità privata. Non mi straccio le vesti per questo.

Alcuni consiglieri dell’opposizione e, come appunto dicevo, la CGIL, si sono scagliati sull’intervista al Direttore Generale, sostenendo che la sanità pubblica va salvaguardata e non si possono investire così tanti, e sempre più, finanziamenti ai privati.

Ora. Le questioni sono più d’una. La prima che mi viene in mente è che è vero, una certa commistione tra pubblico e privato non così chiara vi è sempre stata. Se qualcuno ha voglia e modo si chieda in quale ISOLA felice sono andati a lavorare negli ultimi dieci anni molti dei Dirigenti Regionali della Sanità alla fine del loro mandato.

Quello che però io trovo davvero intollerabile nel discorso del Superdirettore è la grande bugia sui finanziamenti. Il personale pubblico non può essere incrementato perché c’è un blocco alle assunzioni. E c’è un blocco alla assunzioni perché il costo del personale pagato dalle Aziende del Sistema Sanitario è eccessivo.

Ciò non toglie che le autorizzazioni alle assunzioni vengono effettuate direttamente dal Dr. Mantoan. Che, per esempio, ha autorizzato all’Azienda Ulss della Marca l’assunzione di un capo ufficio stampa, che costa circa un infermiere e mezzo. E forse sarebbe stato più utile un infermiere e mezzo dato che quelli che ci sono fanno turni massacranti per garantire il servizio, e che un ufficio stampa, sia pure senza capo, già c’è. Che, per esempio, ha voluto, di comune accordo con il governatore Zaia, una riforma VERGOGNOSA delle Aziende Ulss che non consentirà mai un briciolo di risparmio (nonostante fosse quello il motivo fittizio con il quale è stata venduta).

Perchè se un risparmio ci sarà è legato solo al fatto di aver azzerato buona parte degli incarichi dirigenziali in attesa di fare le nuove nomine dopo gli atti aziendali, riconoscendo invece che le indennità complete quelle da f.f. (facente funzione), di molto limitate. Quindi utilizzando le persone con le stesse responsabilità di prima ma riconoscendo loro una minore indennità per lo stesso lavoro. Finanza creativa o presa per il culo?

Che poi, ammetto, se non fosse che i dirigenti sono proprio tanti dubiterei che questo bastasse a rimettere in positivo le uscite, a fronte del fatto che nel frattempo è stata creata l’Azienda Zero con poco meno di 50 tra dirigenti e superdirigenti, a fronte di non più di 300 dipendenti (do dei numeri a caso perché i dati di funzionamento saranno pubblicati l’anno prossimo). Il che significa che ogni dirigente dell’Azienda Zero dirige una media di 5 persone. Si può dire ‘sticazzi?

Allora diciamoci la verità. Il problema non è il rapporto tra sanità pubblica e sanità privata. Il problema vero è come vengono spese le risorse economiche nella sanità pubblica. E adesso che l’asse Zaia-Mantoan, a fronte della nuova presunta alleanza Lega-5stelle, pare venire meno, attendo con ansia chi si assumerà, alla fine, la responsabilità di tutto.

Quello che mi pare certo, a questo punto, è che il Modello Veneto è un po’ andato a remengo, e confido che chi lo ha imposto raggiunga uguali orizzonti di senso.

P.S. il 17, 18 e 19 votate per le RSU. Io voto CISL!

Oggi ripassavo alcune cose di poesia con Elena. L’enjambement, che è una di quelle cose che dimentichi ma poi quando te la nominano ti ritornano in mente, le rime, la metrica.

Cercando nel libro alcuni esempi sono incappata in un sacco di poesie bellissime, molte delle quali ricordo ancora a memoria, perché da giovane così si imparavano le poesie.

Poi ho trovato Montale, LA poesia, “ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale “. Allora mi è parso bello leggerla a Elena, spiegandole che è una delle poesie più belle del mondo.

E mentre la leggevo, ad alta voce, mi sono commossa.

La vecchiaia dev’essere questo. Piangere invece di essere felici quando si incontra qualcosa di bello. Mi aspettano anni difficili

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