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Vita di quartiere

Come chi mi legge sa, sono da qualche tempo membro attivo di Qua.SanZeno, gruppo che si dedica allo sviluppo di comunità nel quartiere dove vivo. Da qualche tempo, poi, di questo gruppo sono il presidente, e il mio ruolo mi impone di accogliere e favorire anche attività che personalmente non mi verrebbero mai in mente.

Il gruppo da un anno preme per uno stage di danze popolari, che finalmente è cominciato stasera, e durerà tutti i giovedì di maggio, con saggio finale alla Sagretta del 31 maggio e 1 giugno, di cui poi si dirà. La realizzazione del percorso è a cura dell’associazione Diballardipotrebbeunpoco, e stasera Marta e Camilla sono state davvero fantastiche

Naturalmente come Presidente non potevo esimermi dall’essere presente stasera per l’accoglienza e i saluti (che detto così sembra una roba formale ma chi mi conosce sa che non riesco ad esserlo mai). Però, fedele ad Alberto Radius (Nel Ghetto) la posizione era in difesa: “ma di una cosa son sicuro, io non ballo, sono un duro”

E poi invece ti fermi 5 minuti, ti appassioni, ti incasini coi passi, non capisci niente, sudi come un cammello, ti gira la testa e bruci una manciata di calorie soprattutto in escursione termica, ma balli per quasi due ore su accompagnamento di musiche bellissime, e balli davvero, insieme agli altri, divertendoti come non ti capitava da anni. E scopri che è l’occasione per rivedere vecchi amici e vecchie amiche, e per ritrovare legami che si erano un pochino allentati

Voglio dire grazie a Marta e Camilla e a tutti gli esperti di Diballarsipotrebbeunpoco, e a tutti coloro che hanno partecipato, sia membri di Qua.SanZeno che non, ma soprattutto a Francesca, Ornella, Graziella, Loredana, Manuela e Daniela per aver così tanto insistito per fare questo corso di danze popolari, perché è una delle cose più belle che abbiamo fatto. E ne abbiamo fatte di fantastiche.

Adesso invaso la marmellata, ceno, e preparo lo zaino che questo week end lo faccio sulla strada ferrata.

Grazie, Qua.SanZeno, perché ogni volta che, parafrasando l’associazione Oblique di San Biagio di Callalta, mi chiedo chi me lo fa fare, scopro nuovamente tutte le ragioni che me lo fanno fare.

Bonne nuit

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Questa sera sono cominciati i webinar giuridico deontologici di AssistenteSocialePrivato. Io, che sono una delle due tutor didattiche, questa volta ho deciso di fare la partecipante, non tanto per i 10 crediti di cui 5 deontologici, che comunque non sono male, ma perché ancora una volta la proposta formativa è di grande qualità. Io lo sapevo già, nel senso che per etica professionale non lavorerei mai a corsi non di qualità, e lo sapevo perché ho la fortuna di condividere molte scelte con Elena Giudice. E lo sapevo perché conosco Francesco Pisano e so la sua grande capacità di farsi comprendere anche quando parla di argomenti delicati, e la sua grande conoscenza del suo lavoro ma anche del nostro: quando Francesco parla del ruolo dell’AS in un ambito SA esattamente cosa l’AS fa in quell’ambito, e spesso anche cosa NON fa o non dovrebbe fare.Eppure, pur sapendo tutto questo, e quindi quello che mi aspettava in un’ora e mezza di webinar, io sono rimasta senza parole. Perché stasera Francesco ha esordito dicendo che l’integrazione tra la norma e l’agire del professionista sociale è un futuro imprescindibile, e per questo ha riconosciuto l’avanguardia che Elena rappresenta in questo campo. E davvero io mi chiedevo, mentre ascoltavo, se davvero tutti i colleghi che lavorano nella tutela minori le conoscono, le sentenze della CEDU che riguardano questi temi, e avrei davvero voluto che fossero tutti con noi ad ascoltare. Perché come diceva giustamente Francesco, alcune sentenze della CEDU sono state precursori di leggi importanti, e altri cambiamenti avverranno, e mi sembra che siamo tutti indietro, mentre in questi cambiamenti dovremmo essere una guida. Le sentenze della CEDU su affidamenti e adozioni potrebbero aiutarci a sconfiggere le parti irricevibili del DDL Pillon. Se le conoscessimo. Ecco, mi dispiace per chi non c’era, perché ho imparato in questa ora e mezza molto più di quello che ho imparato in almeno un anno di università. E non vedo l’ora che ci sia il prossimo webinar, il 2 aprile, sull’affidamento condiviso e l’affidamento all’ente. Perché avrò ancora molte cose da imparare, e spero ci sarete anche voi.

Anche se mi rendo conto che è molto più semplice ricevere regalati dal CROAS 5 crediti deontologici alla fiera del WSWD, che di contenuti, fatti i conti, parlerà per un paio d’ore al massimo.

Sto per andare a letto, il mio per quest’anno in qualche modo l’ho fatto.

Ho pronta nell’agenda la lista degli obiettivi per il 2019. I buoni propositi non li faccio più, al massimo qualcuno di cattivo che mi viene in mente 😉

Però un desiderio lo esprimo, come se invece di San Silvestro fosse San Lorenzo.

Mi piacerebbe tanto che mi battesse qualche volta forte il cuore, e io non pensassi più che è la tiroide, o la tachicardia. Che mi battesse il cuore e a me non venisse l’ansia. Che mi battesse il cuore e io mi sentissi solo viva. Felice non importa. Solo viva.

Quanto al resto, che il Chissacchì a cui credete doni a ciascuno quello che si merita. Good night and good Luck

 

Ieri a Milano c’è stato il SociaSpeedDate, un evento a cui abbiamo lavorato a lungo con il lavoro incredibile di Elena Giudice, le idee innovative e geniali di Claudio Renzetti, una capacità organizzativa incredibile di Sabrina Ritorto, la collaborazione di quella che io chiamo la mia personale comunità professionale (Giulia Viti, Giulia Albano, Cristina Riggio, la mia compagna di lavoro Rosanna Magro, Eleonora Ferraro, Caterina Pidello, Giovanni Evangelista e Romina Frosini) e la straordinaria partecipazione di un numeroso gruppo di colleghi che hanno costruito con noi questa giornata, contribuendo a renderla eccezionale.

il giorno prima, già che ero a Milano, ho avuto l’occasione di partecipare a una giornata formativa sulla Coordinazione Genitoriale con Dominic D’Abate, un bravissimo formatore italo-canadese ma internazionale oltre ogni misura (che mi ha regalato un meraviglioso te all’acero da cui sono già dipendente)

Ed è stato meraviglioso incontrare in aula, accanto a me, le persone con cui lavoro per la formazione on line, quelle che per me sono di solito (purtroppo) nomi, chat, mail. E che invece sono persone vere con cui la rete ha consentito il crearsi di una relazione vera, solida, di sincero affetto. E’ stato commovente, e molto motivante nel dirmi che il mio modo di fare FAD è un buon modo!

Ma ancora più bello è stato incontrare i miei compagni di viaggio. A parte Elena, infatti, con tutti gli altri io mi ero sentita solo su zoom o per telefono, nonostante ci si conosca da un bel po’. E incontrarsi, riconoscersi, abbracciarsi, emozionarsi nell’essere lì, insieme, a realizzare quello che è successo, è stato ritrovarsi a casa, è stato davvero, senza retorica, incontrare dei cari amici,  (manca all’elenco di sopra Maria Cristina Stefani, che ha collaborato non come relatore al SSD, ma i cui occhi e le cui braccia sono stati fondamentali in queste giornate, sono stati la mia forza)

Il social Speed date è stato un evento incredibile, ma ce lo siamo detti in tutti i social postando foto e video che hanno saputo dare solo in parte l’energia, l’entusiasmo e il divertimento che si respirava.

Però per me questo evento è stato molto altro. Giovedì sera, mentre mi dava indicazioni su come arrivare con la mia ormai perduta bicicletta all’albergo, Elena (che di tutti era l’unica che sapeva la verità) mi ha confessato che non era certa che sarei salita su quel treno. E aveva ragione a temerlo. Perché da 8 anni a questa parte il viaggio più lontano che ho fatto mi ha portato poco oltre Padova, e tutte le altre volte c’è stato qualcosa che mi sono inventata per non partire. Perché stare 2 notti fuori in una città che non conosco da 10 anni mi era praticamente impossibile. Perché in tutti questi anni ho avuto solo paura che l’ansia e il panico, anche quando sembravano silenti, mi colpissero alla prima fatica. Ma soprattutto mi colpissero alla prima gioia, che non meritavo. Aveva ragione a temerlo perché nessuno delle due sapeva che io ero pronta.

Il Social Speed Date è stato l’inizio di un percorso nuovo, e a 45 anni esatti io credo sia il momento che è arrivato per rinascere, per smettere di avere paura, per prendere i treni e andare, per non sentirmi in colpa se riesco a sentirmi felice.

Ci vorrà qualche giorno per ritrovare l’equilibrio, adesso mi sento come quando, scesa da un lungo viaggio per mare, è la terra che ti fa venir la cinetosi.

Ma non potrà mai ringraziare abbastanza Elena, in primis, e le mie compagne di viaggio e i miei compagni di viaggio, per le loro idee, le loro competenze, la loro accoglienza e il loro vero affetto, e tutti coloro che sono stati con noi, per una giornata, ad ascoltare paure ed entusiasmi di un modo diverso di viversi

Per me il Social Speed Date è il giorno della coerenza, in cui ho parlato di coraggio nel viverci come persone e come professionisti e, dopo molto tempo, ne ho parlato trovandolo finalmente di nuovo in me.

E’ anche per questo che alla fine della giornata mi sono commossa così tanto. Perché, proprio come me, in questa cosa ognuno di noi ci ha messo davvero sé stesso. E io sono questa qui

Mezz’ora prima del silenzio elettorale vorrei fare un paio di riflessioni.

Cinque anni fa, mentre in piazza il centro sinistra festeggiava, io ero un po’ amareggiata. Dopo quasi 20 anni di attività politica e una lunghissima serie di sconfitte, anche con buoni candidati, la coalizione Lega-Centrodestra aveva sempre vinto. 5 anni fa, invece, complice la separazione tra Lega e Centrodestra, diventava sindaco Giovanni Manildo, un vecchio amico degli Scout, un bravo ragazzo, ma di certo non il migliore dei candidati possibili.

Avevo votato per lui, ovviamente, perché non potevo che votare per il centrosinistra, ma insomma, ero preoccupata. Confesso che temevo che Giovanni non fosse abbastanza preparato.

In questi 5 anni Giovanni Manildo mi ha dimostrato che sbagliavo (e chi mi conosce sa quanto odio dire questa cosa…)

E’ riuscito a tenere insieme una Giunta complessa e un Consiglio Comunale con una maggioranza a volte governata da una certa forza centrifuga, ha saputo scegliere persone capaci in posti strategici, mi vengono in mente tra tutti le Assessore Alessandra Gazzola e Liana Manfio, che su fronti diversi hanno fatto uno splendido lavoro, è riuscito a cambiare in meglio l’aspetto della città, è riuscito a mettere ordine in questioni annose ricevute in eredità dal precedente modello di gestione, e anche se a mio avviso in alcuni casi è stato fin troppo generoso e signore, io credo che sia stato un ottimo sindaco.

Per questo domenica andrò a votare Giovanni Manildo con convinzione.

Voterò la lista del PD, e darò le mie preferenze a Liana Manfio, che ha svolto un ruolo fantastico per la partecipazione reale dei cittadini, e a Stefano Pelloni, che è un investimento su un ragazzo molto giovane ma molto maturo, con cui ho condiviso un bel pezzo di strada in quartiere.

Ma potrei votare per mio fratello Dario Brollo, o per Michela Nieri, o per Nicolò Rocco, o Francesca Piva, o Stefano Vanin, o Franco Dalla Pozza, o Giuseppe Pettinati, o Claudia Pizzinato, o Vittorino Marangon, o Patrizia Riscica, o Marco Scolese. Sono moltissime le persone davvero in gamba che si sono messi in gioco in queste elezioni amministrative, sono in molti i miei amici, e io sono davvero fiera di loro e di questa campagna che hanno affrontato.

Viviamoci questo #secondotempo

 

Ecco l’innovazione

Lanciato oggi il primo social speed date!

Un evento innovativo per Assistenti Sociali innovativi, che non hanno paura di mescolarsi tra loro, con altre professioni, con altri metodi e altri strumenti.

Senza primi della classe, parlando insieme di competenze e prospettive. Come raramente nella nostra professione si riesce a fare.

siateci

https://www.assistentesocialeprivato.it/corsi/social-speed-date-evento-nazionale/

Posto dal sito dell’Indipendent un video girato nel momento in cui in Irlanda finalmente è stata resa legale l’IVG. Non conosco le storie di queste donne. Le loro lacrime mi dicono che hanno tutte lottato perché i diritti delle donne ad una gravidanza scelta e consapevole fossero, appunto diritti. Le loro lacrime evocano il dolore che solo le donne riescono a sentire sulla loro pelle pensando alla sofferenza di un’IVG, per quanto consapevole o costretta, e quanto l’illegalità aumenti la sofferenza e il dolore. Prima di 40 anni fa in Italia aumentava sicuramente la mortalità delle donne, costrette a pratiche raccapriccianti per abortire. Certo, non quelle con i soldi, perché spesso quella era la misura della sofferenza.

Pensando a questo enorme passo avanti verso l’umanità di un paese religiosamente forse più affossato del nostro, non posso non pensare al fatto che in quest’anno si celebra il quarantennale della svolta, delle riforme umane della fine degli anni 70. Il 13 maggio si sono celebrati i 40 anni dalla Legge Basaglia, con la chiusura dei manicomi e il riconoscimento implicito in essa dell’umanità del malato psichico, e della sua curabilità, della dignità da garantire alla sua vita.

Il 22 maggio del 78 fu approvata la 194, e l’aborto divenne legale, e le donne poterono togliere alle mammane il potere sulla loro vita e sulla loro morte.

E il 23 dicembre saranno quarant’anni dalla 833, la legge costitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, allora un’avamposto eccezionale di democrazia e uguaglianza.

Nel 2021 festeggeremo i 40 anni dall’abolizione del delitto d’onore. E per fortuna. Quanti femminicidi oggi sarebbero derubricati come tali se quella vergogna fosse ancora una legge di uno Stato più imperfetto di ora?

Lascio perdere il male che mi fa sapere che queste leggi, questi baluardi che hanno reso il nostro paese libero e laico, che hanno fatto di individui senza diritti uomini e donne con dignità siano continuamente rimessi in discussione da anacronisti baciapile.

Quello su cui vorrei soffermarmi è questo. Tutte quelle leggi, e molte precedenti come il referendum sul divorzio del 74, sono nate da un movimento non partitico ma politico di persone, individui, associazioni, anche professionali, che hanno contribuito in quegli anni alla nascita di un fondamentale dibattito nazionale su questi temi. In ogni sede istituzionale e non si è creato il tessuto sociale capace di condurre i legislatori (parliamo del 78, un ennesimo governo Andreotti, il rapimento di Moro, il fallimento del tentativo di compromesso storico, quindi non un legislatore particolarmente liberale, diciamo) a votare queste leggi. Che sono state leggi della società più che dello stato.

Ecco, al di là del complessivo imbarbarimento di certa politica, io credo che oggi il problema del paese sia l’assenza di movimenti reali culturali che possano guidare il paese a una rinascita non tanto e non solo economica quando sociale. Abbiamo visto immagini come quelle del video all’approvazione della Cirinnà, sono state approvate le DAT, ma manca un reale coinvolgimento dei conoscitori dei fenomeni sociali nella realizzazione di percorsi alternativi a quelli dati dalle nuove risorse.

E quando vedo molte delle mie colleghe Assistenti Sociali spaccare il capello sulle troiate invece di essere il cambiamento che dovrebbero rappresentare, penso che abbiamo fallito. Che non potremo mai essere di nuovo fonte e sorgente di rivoluzioni culturali, che poi, diciamocelo, era la nostra vocazione vera: non risolvere i problemi spicci delle persone sulla base dell’avanzo di bilancio, ma affrontare i problemi della società per renderla un luogo più giusto, dove quei problemi non esistessero più. Ma ci vuole pensiero laterale, immaginazione, e un bel po’ di coraggio

Fortunatamente so che non siamo tutte così. Per questo vi parlerò nei prossimi giorni di “WALK ON THE WILD SIDE” – scenari professionali inediti per assistenti sociali anticonvenzionali, il primo social speed date in Italia. Perché mentre alcune colleghe giocano malamente a chi piscia più lontano, noi perseguiamo il cambiamento. Il nostro, e quello della società

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