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Sto per andare a letto, il mio per quest’anno in qualche modo l’ho fatto.

Ho pronta nell’agenda la lista degli obiettivi per il 2019. I buoni propositi non li faccio più, al massimo qualcuno di cattivo che mi viene in mente 😉

Però un desiderio lo esprimo, come se invece di San Silvestro fosse San Lorenzo.

Mi piacerebbe tanto che mi battesse qualche volta forte il cuore, e io non pensassi più che è la tiroide, o la tachicardia. Che mi battesse il cuore e a me non venisse l’ansia. Che mi battesse il cuore e io mi sentissi solo viva. Felice non importa. Solo viva.

Quanto al resto, che il Chissacchì a cui credete doni a ciascuno quello che si merita. Good night and good Luck

 

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Ieri a Milano c’è stato il SociaSpeedDate, un evento a cui abbiamo lavorato a lungo con il lavoro incredibile di Elena Giudice, le idee innovative e geniali di Claudio Renzetti, una capacità organizzativa incredibile di Sabrina Ritorto, la collaborazione di quella che io chiamo la mia personale comunità professionale (Giulia Viti, Giulia Albano, Cristina Riggio, la mia compagna di lavoro Rosanna Magro, Eleonora Ferraro, Caterina Pidello, Giovanni Evangelista e Romina Frosini) e la straordinaria partecipazione di un numeroso gruppo di colleghi che hanno costruito con noi questa giornata, contribuendo a renderla eccezionale.

il giorno prima, già che ero a Milano, ho avuto l’occasione di partecipare a una giornata formativa sulla Coordinazione Genitoriale con Dominic D’Abate, un bravissimo formatore italo-canadese ma internazionale oltre ogni misura (che mi ha regalato un meraviglioso te all’acero da cui sono già dipendente)

Ed è stato meraviglioso incontrare in aula, accanto a me, le persone con cui lavoro per la formazione on line, quelle che per me sono di solito (purtroppo) nomi, chat, mail. E che invece sono persone vere con cui la rete ha consentito il crearsi di una relazione vera, solida, di sincero affetto. E’ stato commovente, e molto motivante nel dirmi che il mio modo di fare FAD è un buon modo!

Ma ancora più bello è stato incontrare i miei compagni di viaggio. A parte Elena, infatti, con tutti gli altri io mi ero sentita solo su zoom o per telefono, nonostante ci si conosca da un bel po’. E incontrarsi, riconoscersi, abbracciarsi, emozionarsi nell’essere lì, insieme, a realizzare quello che è successo, è stato ritrovarsi a casa, è stato davvero, senza retorica, incontrare dei cari amici,  (manca all’elenco di sopra Maria Cristina Stefani, che ha collaborato non come relatore al SSD, ma i cui occhi e le cui braccia sono stati fondamentali in queste giornate, sono stati la mia forza)

Il social Speed date è stato un evento incredibile, ma ce lo siamo detti in tutti i social postando foto e video che hanno saputo dare solo in parte l’energia, l’entusiasmo e il divertimento che si respirava.

Però per me questo evento è stato molto altro. Giovedì sera, mentre mi dava indicazioni su come arrivare con la mia ormai perduta bicicletta all’albergo, Elena (che di tutti era l’unica che sapeva la verità) mi ha confessato che non era certa che sarei salita su quel treno. E aveva ragione a temerlo. Perché da 8 anni a questa parte il viaggio più lontano che ho fatto mi ha portato poco oltre Padova, e tutte le altre volte c’è stato qualcosa che mi sono inventata per non partire. Perché stare 2 notti fuori in una città che non conosco da 10 anni mi era praticamente impossibile. Perché in tutti questi anni ho avuto solo paura che l’ansia e il panico, anche quando sembravano silenti, mi colpissero alla prima fatica. Ma soprattutto mi colpissero alla prima gioia, che non meritavo. Aveva ragione a temerlo perché nessuno delle due sapeva che io ero pronta.

Il Social Speed Date è stato l’inizio di un percorso nuovo, e a 45 anni esatti io credo sia il momento che è arrivato per rinascere, per smettere di avere paura, per prendere i treni e andare, per non sentirmi in colpa se riesco a sentirmi felice.

Ci vorrà qualche giorno per ritrovare l’equilibrio, adesso mi sento come quando, scesa da un lungo viaggio per mare, è la terra che ti fa venir la cinetosi.

Ma non potrà mai ringraziare abbastanza Elena, in primis, e le mie compagne di viaggio e i miei compagni di viaggio, per le loro idee, le loro competenze, la loro accoglienza e il loro vero affetto, e tutti coloro che sono stati con noi, per una giornata, ad ascoltare paure ed entusiasmi di un modo diverso di viversi

Per me il Social Speed Date è il giorno della coerenza, in cui ho parlato di coraggio nel viverci come persone e come professionisti e, dopo molto tempo, ne ho parlato trovandolo finalmente di nuovo in me.

E’ anche per questo che alla fine della giornata mi sono commossa così tanto. Perché, proprio come me, in questa cosa ognuno di noi ci ha messo davvero sé stesso. E io sono questa qui

Mezz’ora prima del silenzio elettorale vorrei fare un paio di riflessioni.

Cinque anni fa, mentre in piazza il centro sinistra festeggiava, io ero un po’ amareggiata. Dopo quasi 20 anni di attività politica e una lunghissima serie di sconfitte, anche con buoni candidati, la coalizione Lega-Centrodestra aveva sempre vinto. 5 anni fa, invece, complice la separazione tra Lega e Centrodestra, diventava sindaco Giovanni Manildo, un vecchio amico degli Scout, un bravo ragazzo, ma di certo non il migliore dei candidati possibili.

Avevo votato per lui, ovviamente, perché non potevo che votare per il centrosinistra, ma insomma, ero preoccupata. Confesso che temevo che Giovanni non fosse abbastanza preparato.

In questi 5 anni Giovanni Manildo mi ha dimostrato che sbagliavo (e chi mi conosce sa quanto odio dire questa cosa…)

E’ riuscito a tenere insieme una Giunta complessa e un Consiglio Comunale con una maggioranza a volte governata da una certa forza centrifuga, ha saputo scegliere persone capaci in posti strategici, mi vengono in mente tra tutti le Assessore Alessandra Gazzola e Liana Manfio, che su fronti diversi hanno fatto uno splendido lavoro, è riuscito a cambiare in meglio l’aspetto della città, è riuscito a mettere ordine in questioni annose ricevute in eredità dal precedente modello di gestione, e anche se a mio avviso in alcuni casi è stato fin troppo generoso e signore, io credo che sia stato un ottimo sindaco.

Per questo domenica andrò a votare Giovanni Manildo con convinzione.

Voterò la lista del PD, e darò le mie preferenze a Liana Manfio, che ha svolto un ruolo fantastico per la partecipazione reale dei cittadini, e a Stefano Pelloni, che è un investimento su un ragazzo molto giovane ma molto maturo, con cui ho condiviso un bel pezzo di strada in quartiere.

Ma potrei votare per mio fratello Dario Brollo, o per Michela Nieri, o per Nicolò Rocco, o Francesca Piva, o Stefano Vanin, o Franco Dalla Pozza, o Giuseppe Pettinati, o Claudia Pizzinato, o Vittorino Marangon, o Patrizia Riscica, o Marco Scolese. Sono moltissime le persone davvero in gamba che si sono messi in gioco in queste elezioni amministrative, sono in molti i miei amici, e io sono davvero fiera di loro e di questa campagna che hanno affrontato.

Viviamoci questo #secondotempo

 

Ecco l’innovazione

Lanciato oggi il primo social speed date!

Un evento innovativo per Assistenti Sociali innovativi, che non hanno paura di mescolarsi tra loro, con altre professioni, con altri metodi e altri strumenti.

Senza primi della classe, parlando insieme di competenze e prospettive. Come raramente nella nostra professione si riesce a fare.

siateci

https://www.assistentesocialeprivato.it/corsi/social-speed-date-evento-nazionale/

Posto dal sito dell’Indipendent un video girato nel momento in cui in Irlanda finalmente è stata resa legale l’IVG. Non conosco le storie di queste donne. Le loro lacrime mi dicono che hanno tutte lottato perché i diritti delle donne ad una gravidanza scelta e consapevole fossero, appunto diritti. Le loro lacrime evocano il dolore che solo le donne riescono a sentire sulla loro pelle pensando alla sofferenza di un’IVG, per quanto consapevole o costretta, e quanto l’illegalità aumenti la sofferenza e il dolore. Prima di 40 anni fa in Italia aumentava sicuramente la mortalità delle donne, costrette a pratiche raccapriccianti per abortire. Certo, non quelle con i soldi, perché spesso quella era la misura della sofferenza.

Pensando a questo enorme passo avanti verso l’umanità di un paese religiosamente forse più affossato del nostro, non posso non pensare al fatto che in quest’anno si celebra il quarantennale della svolta, delle riforme umane della fine degli anni 70. Il 13 maggio si sono celebrati i 40 anni dalla Legge Basaglia, con la chiusura dei manicomi e il riconoscimento implicito in essa dell’umanità del malato psichico, e della sua curabilità, della dignità da garantire alla sua vita.

Il 22 maggio del 78 fu approvata la 194, e l’aborto divenne legale, e le donne poterono togliere alle mammane il potere sulla loro vita e sulla loro morte.

E il 23 dicembre saranno quarant’anni dalla 833, la legge costitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, allora un’avamposto eccezionale di democrazia e uguaglianza.

Nel 2021 festeggeremo i 40 anni dall’abolizione del delitto d’onore. E per fortuna. Quanti femminicidi oggi sarebbero derubricati come tali se quella vergogna fosse ancora una legge di uno Stato più imperfetto di ora?

Lascio perdere il male che mi fa sapere che queste leggi, questi baluardi che hanno reso il nostro paese libero e laico, che hanno fatto di individui senza diritti uomini e donne con dignità siano continuamente rimessi in discussione da anacronisti baciapile.

Quello su cui vorrei soffermarmi è questo. Tutte quelle leggi, e molte precedenti come il referendum sul divorzio del 74, sono nate da un movimento non partitico ma politico di persone, individui, associazioni, anche professionali, che hanno contribuito in quegli anni alla nascita di un fondamentale dibattito nazionale su questi temi. In ogni sede istituzionale e non si è creato il tessuto sociale capace di condurre i legislatori (parliamo del 78, un ennesimo governo Andreotti, il rapimento di Moro, il fallimento del tentativo di compromesso storico, quindi non un legislatore particolarmente liberale, diciamo) a votare queste leggi. Che sono state leggi della società più che dello stato.

Ecco, al di là del complessivo imbarbarimento di certa politica, io credo che oggi il problema del paese sia l’assenza di movimenti reali culturali che possano guidare il paese a una rinascita non tanto e non solo economica quando sociale. Abbiamo visto immagini come quelle del video all’approvazione della Cirinnà, sono state approvate le DAT, ma manca un reale coinvolgimento dei conoscitori dei fenomeni sociali nella realizzazione di percorsi alternativi a quelli dati dalle nuove risorse.

E quando vedo molte delle mie colleghe Assistenti Sociali spaccare il capello sulle troiate invece di essere il cambiamento che dovrebbero rappresentare, penso che abbiamo fallito. Che non potremo mai essere di nuovo fonte e sorgente di rivoluzioni culturali, che poi, diciamocelo, era la nostra vocazione vera: non risolvere i problemi spicci delle persone sulla base dell’avanzo di bilancio, ma affrontare i problemi della società per renderla un luogo più giusto, dove quei problemi non esistessero più. Ma ci vuole pensiero laterale, immaginazione, e un bel po’ di coraggio

Fortunatamente so che non siamo tutte così. Per questo vi parlerò nei prossimi giorni di “WALK ON THE WILD SIDE” – scenari professionali inediti per assistenti sociali anticonvenzionali, il primo social speed date in Italia. Perché mentre alcune colleghe giocano malamente a chi piscia più lontano, noi perseguiamo il cambiamento. Il nostro, e quello della società

La legge Basaglia è stata approvata 40 anni fa, ora più ora meno. Ma gli ospedali psichiatrici non han chiuso subito. ce ne sono voluti di anni. E io li ricordo bene quegli anni, per essere cresciuta a qualche centinaio di metri dal manicomio di Sant”Artemio, ora ridente sede di un’inutile ente provinciale, un tempo luogo di reclusione e dolore. Sono passata dal vedere la chiusura di questo imponente edificio, nel 78 avevo 5 anni, del quale percepivo soltanto che fosse luogo di sofferenza perché le uniche notizie certe che ne avevo venivano dalle ambulanze che la sera venivano a prendere i corpi dei malati in fuga che finivano sotto al treno. Non avevo letto Foucault all’epoca, e mi chiedevo chi fosse il matto che aveva pensato di mettere così vicino alla strada ferrata un luogo da cui si volesse scappare. Solo dopo ho capito che quel passaggio a livello segnava volutamente il confine tra la città e quello che dalla città veniva espulso. Non a caso lì accanto c’era anche il brefotrofio, altro luogo inquietante dei miei ricordi di infanzia, dove sapevo vivere bimbi fantasmi, che non si vedevano mai. Poi, ad anni 80 avanzati, ho assistito piano piano all’apertura del manicomio, ci sono entrata alcune volte per animare le messe o i panevin, ma soprattutto ho assistito alla riacquisizione della libertà dei non più internati. Li incontravo all’osteria dove io prendevo il gelato e loro si giocavano scarsi spiccioli in ombre di vino scadente. Io li guardavo e non capivo perché li chiamavano matti. Erano assolutamente innocui, a volte simpatici a volte sul depresso. Mi parevano solo vecchi, non diversi da quelli che condividevano la mia vita nella famiglia allargata di una strada senza uscita in un quartiere periferico. Io lo so che il mio interesse per la salute mentale nasce da questa vicinanza e da questa curiosità di sapere come vivevano lì dentro, a pochi passi da dove vivevo io. E so che non sempre la chiusura degli OP ha avuto un riscontro positivo in termini di apertura e accogliebza nei servizi territoriali. E so che oggi, con poche risorse e un aumento delle situazioni patologiche, sono stata seguita anche io per i miei disturbi d’ansia e di panico (e cent’anni fa mi avrebbero internato, altro che xanax), molti si chiedono se non si dovrebbe ripensare tutto questo. Ma io quei vecchi li ricordo bene, e ricordo bene la sensazione di bambina che se li avessi presi per mano e portati a casa, lavati vestiti e nutriti, avrei potuto farne dei nonni invece che dei matti. E per quanto inutile e dispendiosa trovi quella sede dell’inutile ente provinciale, mi auguro che mai più ci siano luoghi di esclusione e sofferenza come un tempo quell’edificio è stato, come tutti i manicomi sono stati.

Sono iniziate oggi le Elezioni per il rinnovo delle RSU. Sono molti i lavoratori che hanno votato, ma molti dovranno andare nei prossimi tre giorni per raggiungere i quorum. Nella mia azienda il quorum sfiora di poco i 4000 votanti, che non sono affatto semplici da raggiungere. A chi non vota tolgo l’amicizia, cosa che non farò con chi non vota per me, che non è indispensabile

Volevo però sottolineare una cosa quanto meno irrituale.

Il rinnovo delle RSU riguarda i lavoratori. Le liste sono liste di sigla sindacale, ma poi una volta eletti si diviene Rappresentanze Sindacali Unitarie e si cerca di lavorare insieme a favore dei lavoratori tutti, quelli della propria sigla, quelli delle altre, quelli non sindacalizzati. Anche se ci sono modelli che vorrebbero per il futuro che, per esempio, gli effetti degli accordi integrativi si ripercuotessero solo sugli iscritti alle sigle sindacali firmatarie dell’accordo. Non è un problema che al momento riguarda ancora la PA. Quindi sorvoliamo

Nello svolgimento delle elezioni e nella fase preparatoria l’Azienda fornisce dati e strumenti necessari a organizzare il voto, dagli elenchi degli aventi diritto ai permessi e alle sedi per i seggi, ma si astiene dal compiere qualsiasi altro gesto. Il voto per l’RSU è cosa dei lavoratori dipendenti.

Mi dicono invece, e qui l’irritualità, che il Sindaco di Venezia, spesso tacciato di comportamento antisindacale, abbia oggi inviato una mail a tutti i dipendenti, invitandoli al voto, e soprattutto al voto per quelle rappresentanze sindacali che in questi anni hanno accettato di sottoscrivere un contratto collettivo invece di alzarsi e andarsene dal tavolo.

Si badi, per correttezza intellettuale ci tengo a dire due cose. Io non sono allineata con i dipendenti in maniera pedissequa, più volte ho ribadito anche in questo blog che era indispensabile tagliare i fondi produttività e le indennità di dirigenza e posizione organizzativa che il Comune di Venezia poteva dare solo in virtù del Casinò e della Legge Speciale, ma che erano sovrastimate rispetto alla norma e alla decenza. Inoltre, l’unico Sindacato ad aver firmato il contratto integrativo con Brugnaro è il mio, la CISL. (Che, devo dire, ha il vantaggio che mi fa rimanere di garantire la massima autonomia decisionale alle rappresentanze sindacali unitarie, quindi non è la CISL ad aver scelto la linea da tenere con Brugnaro ma sono la RSA CISL e la RSU del Comune di Venezia).

Ma che un sindaco scriva ai dipendenti invitandoli ad andare a votare per l’RSU e suggerendo non proprio velatamente per chi votare, oltre ad essere irrituale è veramente sgradevole. Ancora una volta il Sindaco di Venezia dimostra la sua limitata conoscenza del funzionamento e dei “riti” della Pubblica Amministrazione, oltre a quella del buon gusto.

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