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Il 31 agosto è un po’ come il 31 di dicembre.

Anche se non vado più a scuola, anche se non faccio che qualche sporadico giorno di ferie d’estate, anche se non finisce niente e niente comincia ex novo, il 31 agosto è la fine dell’anno estiva, inutile e triste come il 31 dicembre, con la falsa aspettativa che il 1° settembre, così come il 1° gennaio, possano rappresentare una sorta di nuovo inizio.

E’ difficile, soprattutto dopo un mese lungo e vuoto come agosto, non cedere alla tentazione di fare dei bilanci. Che non sono mai i bilanci di una stagione, ma sempre quelli di una vita.

E sarebbe facile dire, mescolando il tempo vicino e quello lontano, che dopo tutto non ho ancora fatto nessun esame all’ennesima università, non ho imparato a suonare nessuno strumento musicale, non mi sono rimessa in forma, non ho imparato a nuotare pur arrancando, non ho fatto la patente, non ho mai fatto l’amore con l’unico uomo che ho amato davvero, non ho mai finito di scrivere il mio libro nel cassetto, non sono riuscita a mandare via la malinconia.

Ma quanto è iniqua questa lunga teoria di non, e quanto ingiusta è nel descrivermi. L’altro giorno rivedevo il mio curriculum, e anche se questa università ancora non decolla, sono fiera di quello che ho fatto. E anche se tutto mi è costato fatica sono fiera di quel poco che ho raggiunto. E sono brava e contenta del mio lavoro. E ho perso degli amici, ma ne ho incontrati altri, e anche se nelle lunghe notti insonni mi sento sempre sola, in realtà sono sola troppo poco, ormai.

Che bilancio devo trarre da tutto questo? Che un alto e un basso fa un guaivo. E che, in fondo, alla mia età posso smettere di rimproverarmi quello che non sono riuscita a raggiungere, e accettare con serenità che sono nell’unico modo in cui potevo essere. Non mi avrebbe cambiata suonare il sax, fare la patente o poter amare chi ho amato. Sarei esattamente nello stesso punto. Qui, ora. Così.

 

 

 

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Ieri sera c’è stata la terza e ultima serata di Cinemiamo San Zeno, il cinema all’aperto che da due anni il gruppo Qua.SanZeno realizza con la collaborazione del Comune di Treviso e dell’ARCI.

C’erano circa 150 persone, tante, come nelle altre serate.

Uno dei momenti più belli è stato quando sono arrivati in bici, con le educatrici che li accompagnavano, i ragazzi del Ferro Hotel. Tanti, quasi tutti direi. Hanno visto il film e bevuto qualcosa insieme ad anziani, adulti, ragazzi e bambini del quartiere.

Sono andata lì pensando a quello che era appena successo a Barcellona. E mentre ero lì ho pensato che, contro la paura, contro lo scontro di civiltà, anche un piccolo gesto di comunità come guardare un film, come creare delle occasioni di incontro inter-generazionale e inter-razziale, è un bel modo per costruire posti un pochino migliori

Elena Giudice

Votiamo tutti, perché #vedounsoloordine solo se c’è trasparenza, altrimenti l’Ordine è uno, ma non si vede così bene..e con il video vi diamo un esempio!

E per chi preferisce leggere, il testo qui sotto.

L’Ordine degli Assistenti Sociali fa parte da quest’anno del CUP, Comitato Unitario Permanente degli Ordini e dei Collegi Professionali.

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Sono molto stanca, e nonostante sia ancora presto e a quest’ora di solito lavori, sto per andare a dormire.

Questa giornata è stata bellissima e faticosissima. Ma soprattutto bellissima.

Abbiamo organizzato la seconda giornata ecologica, dopo che l’anno scorso l’ultima domenica di maggio avevamo organizzato la prima, che era anche la prima uscita del gruppo Qua.Sanzeno.

E’ stato tutto più facile, coinvolgere le persone, perché nel frattempo siamo cresciuti, organizzare, perché nel frattempo abbiamo capito quali sono i passi da fare.

Ma soprattutto, come dice Giorgio, c’è tanto amore. Perché l’anno scorso eravamo un gruppo di persone che avevano condiviso un percorso, ma che in fondo si conoscevano appena, e oggi invece eravamo un gruppo di persone che si conoscono e si vogliono bene. Non importa che ognuno abbia la sua vita e che spesso si intreccino solo alle attività del gruppo, la cosa importante è che davvero abbiamo trovato una sintonia forte nel fare le cose, anche quelle faticose come trovarsi alle 8 per trasportare e montare una mostra fotografica che alle 11.30 era già smontata, o pensare  di riuscire a organizzare in 20 giorni una serata musicale per i ragazzi.

Ecco, io credo che la sintonia tra di noi si percepisca, io la percepisco.

Ieri sera Claudia mi chiedeva come mai sento così forte l’esigenza di vivere una dimensione comunitaria nel quartiere, esigenza che non avevo nel quartiere dove ho vissuto per 6 anni, e sicuramente non avevo a Venezia, e che in fondo mi era passata anche nel quartiere dove sono nata e cresciuta. Tanto più che, in fondo, non mi servirebbe far parte di un gruppo per avere delle buone relazioni con i commercianti dove mi rivolgo, piuttosto che con gli avventori del solito bar.

Prima ero in prestito, oggi questo quartiere è la mia casa, ho deciso di vivere qui. E anche se a volte mi sento invasa, mi piace avere una casa aperta e accogliente, esattamente come mi piace, anche se a volte è faticoso come oggi, provare a fare in modo che il quartiere nel quale vivo sia altrettanto sereno e accogliente.

Grazie di cuore a Qua.SanZeno, dove ci sono tante persone che, per mille ragioni magari diverse, condividono questo obiettivo, cercando di agire con un orizzonte di senso condiviso e con una attenzione importante alla comunità.

Elena Giudice

Carlo Giacobini, direttore responsabile del sito Handylex.org e rappresentante del terzo Settore al tavolo  della Commissione Salute e Disabilità presso il Ministero della Salute dal 2007, riflette sulla legge 22 giugno 2016, n. 112 “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”, comunemente detta “Dopo di noi”http://www.handylex.org/stato/l220616.shtml , e sul successivo Decreto Ministeriale 23 novembre 2016 “Requisiti per l’accesso alle misure di assistenza, cura e protezione a carico del Fondo per l’Assistenza alle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, nonché ripartizione alle Regioni delle risorse per l’anno 2016” http://www.handylex.org/stato/d231116.shtml

Come giustamente sottolinea Carlo, all’art. 6 del Decreto Ministeriale è specificato che “le regioni adottano indirizzi di programmazione per l’attuazione degli interventi e dei servizi, nel rispetto dei modelli organizzativi regionali e di confronto con le autonomie locali, e comunque prevedendo il coinvolgimento delle organizzazioni di rappresentanza delle persone…

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Ribloggo con piacere l’intervento di Elena Giudice al convegno di Brescia sul lavoro di rete e di comunità.

Perché sono orgogliosa di lavorare con una persona che, oltre appunto a lavorare, non si tira mai indietro quando è il caso di studiare e approfondire, di trovare delle strade diverse, di imparare. Con umiltà, come dice il suo medico.

Perché credo che partire da esempi concreti ed emblematici sia da sempre uno dei modi migliori per trasmettere davvero le conoscenze e le competenze.

E perché, non vogliatemene, conosco un sacco di mozzarelle scadute 😉

La rete libera o cattura? Riflessioni sul lavoro di rete

Ragazzine rom

Ho due ricordi molto netti di quando lavoravo in carcere, prevalentemente con ragazzine Rom.

Una era entrata più volte in CPA, incinta. Dichiarava 16 anni, adesso non ricordo come si chiamava, anche se da qualche parte ho ancora il suo indirizzo e un vecchio cellulare. Le chiesi se preferiva un maschio o una femmina, e con molta lucidità mi disse che sperava di avere un maschio. Essere femmine, nella sua etnia, era una jattura. Non potevi mai fare quello che volevi, prima dovevi obbedire a tuo padre e poi a tuo marito, sperando che te lo fossi scelto e non ti fosse toccato,  dagli 8 anni circa cominciavi ad andare a rubare, e quando ne avevi 14 o 15 cominciavi a dover fare figli, così potevi andare a rubare senza finire in carcere. E poi a 18 anni non servivi più a niente.

Yagoda, invece, che lei diceva significare Fragola, ma più probabilmente viene dal russo che invece significa Mora, era molto bella e molto triste. Le pesava la sua vita, e l’immutabilità di tutto quello che era un destino già scritto e segnato. Ho provato a spiegarle che poteva cambiare strada, che se lo avesse chiesto avremmo potuto organizzare un collocamento in comunità protetta (non è facile andarsene da una famiglia in cui rappresenti una fonte di reddito importante), avrebbe potuto studiare, trovare un lavoro. Lei, coi suoi profondissimi occhi scuri, mi ha guardato quasi con compassione, dicendomi che nessuno le avrebbe mai dato un lavoro, visti i suoi precedenti, e comunque lei stessa non sarebbe mai stata certa di potersi fidare di sé, o che la sua natura o cultura che fosse non avrebbe avuto la meglio. Mi disse proprio così “io non lo so se sono capace di stare in un posto e non rubare, neanche se fosse casa tua e io ti voglio bene”.

Non le ho più incontrate. Come non ho più incontrato Ciccio, che è morto sparato durante una rapina poche settimane fa. Ed era sicuramente un sinti che commetteva reati su reati, ma io me lo ricordo ragazzetto cicciottello e persino simpatico.

Ho incontrato persone, non etnie. Ho incontrato storie, non destini. Poteva andare tutto diversamente. Ma ho iniziato a farmi domande sulla potenza della cultura, sulla forza della coazione a ripetere, sulle profezie che si autoavverano, e sui circoli viziosi del pregiudizio e della sfida.

So che molti rom delinquono. Non è che mi è sfuggito.

Eppure immagino gli stessi occhi delle mie ragazzine segnate da un destino che si accetta per non subirlo negli occhi delle due bimbe e della ragazza morte nella loro roulotte bruciata a Centocelle stanotte.

Se smettessimo di chiamarli rom e li chiamassimo bambini?

 

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