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Archive for maggio 2018

Ecco l’innovazione

Lanciato oggi il primo social speed date!

Un evento innovativo per Assistenti Sociali innovativi, che non hanno paura di mescolarsi tra loro, con altre professioni, con altri metodi e altri strumenti.

Senza primi della classe, parlando insieme di competenze e prospettive. Come raramente nella nostra professione si riesce a fare.

siateci

https://www.assistentesocialeprivato.it/corsi/social-speed-date-evento-nazionale/

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Diritti, lotte e servizio sociale

Posto dal sito dell’Indipendent un video girato nel momento in cui in Irlanda finalmente è stata resa legale l’IVG. Non conosco le storie di queste donne. Le loro lacrime mi dicono che hanno tutte lottato perché i diritti delle donne ad una gravidanza scelta e consapevole fossero, appunto diritti. Le loro lacrime evocano il dolore che solo le donne riescono a sentire sulla loro pelle pensando alla sofferenza di un’IVG, per quanto consapevole o costretta, e quanto l’illegalità aumenti la sofferenza e il dolore. Prima di 40 anni fa in Italia aumentava sicuramente la mortalità delle donne, costrette a pratiche raccapriccianti per abortire. Certo, non quelle con i soldi, perché spesso quella era la misura della sofferenza.

Pensando a questo enorme passo avanti verso l’umanità di un paese religiosamente forse più affossato del nostro, non posso non pensare al fatto che in quest’anno si celebra il quarantennale della svolta, delle riforme umane della fine degli anni 70. Il 13 maggio si sono celebrati i 40 anni dalla Legge Basaglia, con la chiusura dei manicomi e il riconoscimento implicito in essa dell’umanità del malato psichico, e della sua curabilità, della dignità da garantire alla sua vita.

Il 22 maggio del 78 fu approvata la 194, e l’aborto divenne legale, e le donne poterono togliere alle mammane il potere sulla loro vita e sulla loro morte.

E il 23 dicembre saranno quarant’anni dalla 833, la legge costitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, allora un’avamposto eccezionale di democrazia e uguaglianza.

Nel 2021 festeggeremo i 40 anni dall’abolizione del delitto d’onore. E per fortuna. Quanti femminicidi oggi sarebbero derubricati come tali se quella vergogna fosse ancora una legge di uno Stato più imperfetto di ora?

Lascio perdere il male che mi fa sapere che queste leggi, questi baluardi che hanno reso il nostro paese libero e laico, che hanno fatto di individui senza diritti uomini e donne con dignità siano continuamente rimessi in discussione da anacronisti baciapile.

Quello su cui vorrei soffermarmi è questo. Tutte quelle leggi, e molte precedenti come il referendum sul divorzio del 74, sono nate da un movimento non partitico ma politico di persone, individui, associazioni, anche professionali, che hanno contribuito in quegli anni alla nascita di un fondamentale dibattito nazionale su questi temi. In ogni sede istituzionale e non si è creato il tessuto sociale capace di condurre i legislatori (parliamo del 78, un ennesimo governo Andreotti, il rapimento di Moro, il fallimento del tentativo di compromesso storico, quindi non un legislatore particolarmente liberale, diciamo) a votare queste leggi. Che sono state leggi della società più che dello stato.

Ecco, al di là del complessivo imbarbarimento di certa politica, io credo che oggi il problema del paese sia l’assenza di movimenti reali culturali che possano guidare il paese a una rinascita non tanto e non solo economica quando sociale. Abbiamo visto immagini come quelle del video all’approvazione della Cirinnà, sono state approvate le DAT, ma manca un reale coinvolgimento dei conoscitori dei fenomeni sociali nella realizzazione di percorsi alternativi a quelli dati dalle nuove risorse.

E quando vedo molte delle mie colleghe Assistenti Sociali spaccare il capello sulle troiate invece di essere il cambiamento che dovrebbero rappresentare, penso che abbiamo fallito. Che non potremo mai essere di nuovo fonte e sorgente di rivoluzioni culturali, che poi, diciamocelo, era la nostra vocazione vera: non risolvere i problemi spicci delle persone sulla base dell’avanzo di bilancio, ma affrontare i problemi della società per renderla un luogo più giusto, dove quei problemi non esistessero più. Ma ci vuole pensiero laterale, immaginazione, e un bel po’ di coraggio

Fortunatamente so che non siamo tutte così. Per questo vi parlerò nei prossimi giorni di “WALK ON THE WILD SIDE” – scenari professionali inediti per assistenti sociali anticonvenzionali, il primo social speed date in Italia. Perché mentre alcune colleghe giocano malamente a chi piscia più lontano, noi perseguiamo il cambiamento. Il nostro, e quello della società

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Il manicomio e io. A 40 anni dalla legge Basaglia

La legge Basaglia è stata approvata 40 anni fa, ora più ora meno. Ma gli ospedali psichiatrici non han chiuso subito. ce ne sono voluti di anni. E io li ricordo bene quegli anni, per essere cresciuta a qualche centinaio di metri dal manicomio di Sant”Artemio, ora ridente sede di un’inutile ente provinciale, un tempo luogo di reclusione e dolore. Sono passata dal vedere la chiusura di questo imponente edificio, nel 78 avevo 5 anni, del quale percepivo soltanto che fosse luogo di sofferenza perché le uniche notizie certe che ne avevo venivano dalle ambulanze che la sera venivano a prendere i corpi dei malati in fuga che finivano sotto al treno. Non avevo letto Foucault all’epoca, e mi chiedevo chi fosse il matto che aveva pensato di mettere così vicino alla strada ferrata un luogo da cui si volesse scappare. Solo dopo ho capito che quel passaggio a livello segnava volutamente il confine tra la città e quello che dalla città veniva espulso. Non a caso lì accanto c’era anche il brefotrofio, altro luogo inquietante dei miei ricordi di infanzia, dove sapevo vivere bimbi fantasmi, che non si vedevano mai. Poi, ad anni 80 avanzati, ho assistito piano piano all’apertura del manicomio, ci sono entrata alcune volte per animare le messe o i panevin, ma soprattutto ho assistito alla riacquisizione della libertà dei non più internati. Li incontravo all’osteria dove io prendevo il gelato e loro si giocavano scarsi spiccioli in ombre di vino scadente. Io li guardavo e non capivo perché li chiamavano matti. Erano assolutamente innocui, a volte simpatici a volte sul depresso. Mi parevano solo vecchi, non diversi da quelli che condividevano la mia vita nella famiglia allargata di una strada senza uscita in un quartiere periferico. Io lo so che il mio interesse per la salute mentale nasce da questa vicinanza e da questa curiosità di sapere come vivevano lì dentro, a pochi passi da dove vivevo io. E so che non sempre la chiusura degli OP ha avuto un riscontro positivo in termini di apertura e accogliebza nei servizi territoriali. E so che oggi, con poche risorse e un aumento delle situazioni patologiche, sono stata seguita anche io per i miei disturbi d’ansia e di panico (e cent’anni fa mi avrebbero internato, altro che xanax), molti si chiedono se non si dovrebbe ripensare tutto questo. Ma io quei vecchi li ricordo bene, e ricordo bene la sensazione di bambina che se li avessi presi per mano e portati a casa, lavati vestiti e nutriti, avrei potuto farne dei nonni invece che dei matti. E per quanto inutile e dispendiosa trovi quella sede dell’inutile ente provinciale, mi auguro che mai più ci siano luoghi di esclusione e sofferenza come un tempo quell’edificio è stato, come tutti i manicomi sono stati.

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