Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘così, pour parler’ Category

Rosso

Delusa e deludente, frustrata e frustrante.

La ruota gira, ma stringe i nodi invece di lascarli.

Provi a dire che è solo una brutta giornata

con il dubbio che piuttosto sia una brutta vita.

Domani, domani, domani, domani

continui a sperare che domani sia migliore

i conti si fanno alla fine

e non ho voglia di guardare in faccia chi mi presenterà il mio.

Si rompano tutti gli specchi: quella persona potrei essere io.

Annunci

Read Full Post »

A poco più di un passo dai miei 40 anni, credo ci sia una cosa fondamentale che ho capito e imparato, ed è la consapevolezza del mio potenziale distruttivo e autodistruttivo. Nel passato ormai remoto mi è capitato spesso, inconsapevolmente o -peggio- superficialmente, di ferire le persone con le mie parole. Ora non capita più. Non che io non ferisca più nessuno, ovvio, ma succede sempre intenzionalmente e in modo calibrato. E’ come se avessi in dotazione un fucile potente e preciso, che ci ho messo molti anni anni a imparare a usare. Inizialmente lavoravo di potenza, oggi preferisco la precisione. Con me stessa è diverso, a me posso sempre raccontare la verità, anche se a volte è un gesto autolesionistico. Se le parole lasciassero cicatrici visibili, sarei una specie di Frankenstein, e se avessi un’anima, non escludo che sarebbe lacerata, come un brano di carne tagliato con il coltello sbagliato.

Mi ci è voluto del tempo, ma credo di avere imparato. Da un lato la stupidità di provare a ferire le persone inscalfibili, dall’altro l’inutilità del gesto. Solo le persone che amiamo ci chiedono di essere sincere, anche se fa male. Il resto del mondo non ce lo chiede, e anche se io credevo fosse un gesto generoso, in realtà non è così.

Forse è per questo che peso sempre il valore dei gesti, e dei gesti mancati, delle parole pronunciate, e di quelle taciute. E mi chiedo sempre quanta consapevolezza abbiamo del dolore che possono provocare. Non ho sofferto molto, nella mia vita (se escludiamo le pene autoinflitte, che però non valgono in questa sede), certamente molto meno di altri, e forse è proprio l’assenza di dolori più grandi che giustifica come, a volte, una parola o un gesto in più o in meno cambino il colore della mia vita.

Read Full Post »

Ci sono poche cose che mi spaventano come i fenomeni naturali, forse perché c’è la certezza che non ci si possa fare nulla, che quando grandina, o c’è un terremoto, o una tromba d’aria, puoi solo cercare di tenere i nervi saldi e aspettare che passi.

In realtà è così fino a un certo punto: io singolo individuo non posso fare altro, ma le amministrazioni, chi costruisce case, uffici e capannoni, potrebbe fare molto, non per prevenire questi fenomeni ma per abbatterne l’incidenza. In molti paesi del mondo i disastri naturali sono frequenti, e si è organizzati per limitarne i danni.

Oggi sono dispiaciuta, per i morti, i feriti, gli sfollati. Ma mi piange il cuore anche a vedere tutte quelle case, chiese, capannoni, distrutti e sradicati. Vorrei  essere capace di fare qualcosa per aiutare a sopravvivere e a ricostruire. Ma non sono un’esperta di gestione delle emergenze, e so che il volontariato disorganizzato è più d’intralcio che d’aiuto. Certo, se qualcuno sapesse come posso rendermi utile, me lo dica, farei qualsiasi cosa.

E poi, dopo, passato il tremore alle gambe, mi chiedo cosa farei se fosse più forte, se abitassi dove c’è l’epicentro del sisma invece che a chilometri di distanza, se la mia casa fosse distrutta, il luogo dove lavoro crollato, se tra i morti e i feriti ci fossero le persone che amo, ci fossi io.

Mi vien voglia di scrivere a tutti, a qualcuno più che agli altri, e di dire “se muoio stanotte sappi che ti ho voluto bene”, di fare il conto dei debiti che lascio, di vederti un’altra volta per non rischiare di non vederti più.

Lo so che è irrazionale, ed è egoistico, ma non riesco a togliermelo completamente di mente.

Allora facciamo che lo scrivo qui, come gesto apotropaico, a tutti. Qualunque cosa accada io ti voglio bene. E ti abbraccio.

 

Read Full Post »

Da uomo a uomo

Riflessioni a margine di una settimana particolare, in cui si è molto parlato di uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaraquaquà (Sciascia docet).

Pare che chi ha il pane non abbia i denti: chi ha un moroso, chi ne ha due, chi ne ha tre, e non son contente. Chi invece non ce l’ha lo vorrebbe, perchè sembra, e dico sembra, che la realizzazione di una donna, oggi come 200 anni fa, passi necessariamente per il fatto di avere accanto un uomo, e non son contente.

Beh, ecco come stanno le cose per me. Ho il mio lavoro, la mia vita, i miei amici, i miei interessi, le mie attività. Un sacco di idee e poco tempo per realizzarle. E’ vero che la domenica spesso mi intristisco e mi annoio, ma annoiarsi in due non è mica una soluzione. Sono una donna mediamente soddisfatta della sua esistenza, con un sacco di fisime, un pessimo carattere, e una deliziosa tendenza a cercare, dopo i momenti conviviali, degli spazi per me, per stare da sola, per pensare e per pensarmi, per fissare nella mente le cose belle che succedono e cercare di non dimenticarle, e per ragionare su quelle brutte e far sì che diventino lezioni da apprendere, e non solo accidenti della sfiga.

Non so se sono una donna realizzata, non mi ci sento ancora del tutto, ma sono certa che la mia realizzazione personale, come cittadina e come donna, passa SOLO attraverso me. Avere o no un compagno non cambia il mio modo di vedermi nel mondo, non cambia il mio modo di sentirmici dentro. Anzi, quando lo ha cambiato è stato in peggio.

E’ pieno il mondo di mezzi uomini, di ominicchi e di quaraquaquà. Ad accontentarsi ne trovi a palate, suppongo (non lo so veramente, perchè non avendoli mai cercati non ho un’idea precisa di cosa offra il mercato). Ma perchè una si dovrebbe accontentare? Solo perchè ha quasi 40 anni? Solo per guardare i film con qualcuno invece che da soli la domenica? Solo per poter avere uno qualsiasi con cui farsi vedere in piazza invece di andarci serena, da sola, con le mani in tasca?

Grazie, passo. Di mediocri ho già fatto qualche esperienza. E l’ho pagata, non tanto nei confronti della vita quanto nella misura della perdita della stima di me stessa, per il fatto di avere sbagliato così tanto le mie valutazioni e di non essermene nemmeno accorta. Non mi interessa più. Non ho energie da buttare nel niente.

Di fronte a un Uomo, a uno che valga davvero la pena, posso cambiare idea, posso fare carte false, posso accettare cose che avrei pensato inimmaginabili,  sono certa di poter amare anche il tempo che mi separa da lui, posso perfino abdicare a qualche solitudine, ma non a tutte: vorrò sempre un tempo e uno spazio che sia solo mio, non credo più alla simbiosi. Ma di fronte a un ominicchio, sinceramente, non mi alzo nemmeno dalla sedia se mi suona il campanello di casa.

Non esiste il meglio assoluto, ma non mi interessa nessuno che valga meno di quello che credo sia il meglio per me.

E, sia chiaro, non è che me la tiro, è che il rispetto per me vale più di un partner mediocre da presentare in società.

Come diceva il vecchio adagio, meglio soli che tristemente accompagnati.

Read Full Post »

Nel maggio del ’76 avevo due anni e mezzo, e so che una parte dei miei ricordi non sono veri, ma sono stati creati dai racconti successivi della memoria familiare, complice il fatto che metà della mia famiglia, quella materna, era friulana.

Quindi so che quella sera ricordo perchè mi hanno raccontato mille volte di come fossimo a cena, al primo piano, abbiamo sentito questo rumore sordo e prolungato, mia madre ha detto a papà “ma come è lungo questo treno” (abitavamo a due passi dalla ferrovia, pensavamo fosse un merci che passava, visto che la scossa se non ricordo male è durata quasi un minuto) e ha detto a mio padre di guardare. Lui ha cercato di aprire il balcone , che era accostato e agganciato, e nonc’è riuscito perchè l’asse della casa in quel momento si era spostato, mia madre ha preso in braccio me e mio padre mia sorella, e sono corsi in stradina.

Quello che ricordo come memoria certa, e non ricostruita, è che è stata la prima notte che sono rimasta alzata fino a tardi, a giocare in stradina con gli altri bambini, mentre i “vecchi” eran seduti tutti insieme, preoccupati, mentre per noi era quasi una festa. All’epoca non avevamo ancora la televisione (vecchie tradizioni di famiglia) e credo che nessuno per tutta la notte abbia saputo davvero che cos’era successo. Non come ora, che senti una scossa, accendi facebook, e nel giro di un minuto sai tutto.

Ricordo altri terremoti: quello di Colfiorito lo abbiamo sentito dall’ultimo piano del fatiscente palazzo veneziano dove c’era il dipartimento di italianistica e filosofia. Lele e io eravamo seduti su una scrivania e dondolavamo insieme le gambe, e a un certo punto la scrivania ha fatto un balzo in avanti, e noi ci siam guardati chiedendoci come ci fossimo riusciti, e poi abbiamo capito. Poi un altro piccolo mentre ero con la buonanima alla Feltrinelli a Ravenna, e uno a Treviso, sentito a casa di Bruno in centro una sera che parlavamo di politica (e nessuno mi ha creduto).

La notte del terremoto dell’Aquila non ho sentito nulla.

Non mi è mai successo di essere vicina all’epicentro, di vedere case crollare, macerie e fumo ovunque, la luce che salta e tu cerchi a tentoni la strada per provare a metterti in salvo, tra le urla terrorizzate di tutti. Dubito che in una situazione del genere si possa mantenere l’aplomb.

Questa notte però è stata la prima volta che sentivo un terremoto, non proprio una scossetta leggera, mentre ero completamente sola. Ed è stato diverso, mi ha fatto più paura.

Allora questa sera il mio pensiero va a tutti gli Emiliani e i Romagnoli, a chi vive nel basso Polesine, a chi il terremoto lo ha sentito più che qui, e magari ha avuto dei danni, o visto crollare edifici, capannoni, case, dove da stanotte ci sono stati 7 morti e almeno 3 mila sfollati. E tra tutti loro il mio pensiero più forte va a chi è solo, e non ha nessuno che lo abbracci, o che gli dica, sia pur mentendo, “va tutto bene, ci sono qui io”.

Che la notte che viene sia una notte ferma e tranquilla, che possiate dormire senza avere paura. Un mio abbraccio da lontano, per sconfiggere la solitudine di ognuno di fronte all’imponderabile, egoisticamente anche la mia.

Read Full Post »

Finirò per comprarmi il televisore, così pago anche il canone e la Rai la smette di scassarmi le balle.

Io credo che sia un bene non averlo: evito di guardare cazzate, mi risparmio i dibattiti politici , ammesso ce ne siano ancora e non si siano come temo trasformati tutti in cabaret di terza classe, sono anni che non vedo la faccia di Vespa, mi sono perfino disintossicata da Beautiful e da Un  Posto al sole. E nel frattempo riesco a leggere un sacco di libri, a lavoricchiare ai miei progetti, a ricamare.

Insomma un sacco di pro, a non averla, ‘sta tv.

Però c’è un contro enorme, ed è che i miei week end non finiscono mai. Ci butto dentro quello che posso, ma alla fine son giorni infiniti di solitudine e malinconia, passati a macinare insoddisfazione, a fare la lista dei problemi e delle mancate soluzioni, ancora e ancora, finchè non si fa finalmente notte, once again. Ore lunghissime di ripensamento.

I week end mi uccidono. Forse se avessi la televisione potrei almeno spegnere il cervello, e non pensare per un po’. La noia probabilmente rimarrebbe, ma sarei salvata da me stessa.

Read Full Post »

Scrivo poco ultimamente, forse perchè ho troppe cose a cui pensare: i casini al lavoro, come arrivare a fine mese, come tener botta al mio corpo che non mi lascia tregua. E poi penso al passato, al presente, e new entry assoluta, comincio a pensare anche al futuro.

Penso che non vorrei invecchiare, non troppo almeno, perchè non credo che lo sopporterei, ma allo stesso tempo vorrei avere il tempo di leggere tutti i libri che servono per vivere, vorrei avere il tempo di essere felice, e di godermela un po’ questa ipotetica felicità, che in fondo ho snobbato per anni, e non escludo che sia stato più per paura che per coraggio. E di condividerla, ancora a lungo, con le persone che da sempre sono capaci di rendermi felice, con i loro piccoli gesti, il loro tempo, i loro sguardi, i loro cenni, le loro parole e i loro silenzi.

Vorrei avere il modo di guardarmi indietro e capire, finalmente e a posteriori, che tipo di persona sono, perchè adesso la lucidità per fare una valutazione mi manca. E vorrei dirmi che sono stata una persona perbene, una persona che ha saputo fare qualcosa, vorrei non mancare a nessuno ma essere certa, guardandomi da in fondo alla strada, che tutto questo abbia alla fine avuto un senso, che non fosse il ritmato e instancabile passare del tempo.

Vorrei imparare il modo di dire le cose che sento, perchè ho imparato a dire soprattutto quelle che penso, e non sempre coincidono. Solo che ho il terrore di doverne poi affrontare le conseguenze. C’è quella cosa che si dice: vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo. E io lo farei, anche, se avessi la certezza che è l’ultimo, perchè il problema è affrontare il giorno dopo, e quello dopo ancora, dopo aver detto cose che sai già sarebbe meglio tenere per te. Come dice Landolfi “Assicurami che non c’è ritorno, solo così avrò il coraggio di partire” (cito a memoria, potrebbe non essere perfetta).

Oggi pensavo che avrei voglia di vedere dei posti. Il Verano, a Roma, che non ho mai visto; il Viale dei Cipressi a Bolgheri, dove non sono mai stata; vorrei tornare al Père-Lachaise. Ho voglia di vedere cimiteri. E mi capita sempre, quando sento che la vita sta tornando.

Con moderazione, però, perchè non sono abituata.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: