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Posts Tagged ‘poesia’

Incespicare

Incespicare, incepparsi

è necessario

per destare la lingua

dal suo torpore.

Ma la balbuzie non basta

e anche se fa meno rumore

è guasta lei pure. Così

bisogna rassegnarsi

a un mezzo parlare. Una volta

qualcuno parlò per intero

e fu incomprensibile. Certo

credeva di essere l’ultimo

parlante. Invece è accaduto

che tutti ancora parlano

e il mondo

da allora è muto.

di Eugenio Montale

Aprire per caso le poesie di Montale mentre spolveri gli scaffali, e trovarci questa… Le coincidenze non esistono.

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Rubata a chi l’ho rubata, e dedicata

L’ultimo giorno dell’anno
non è l’ultimo giorno del tempo.
Altri giorni verranno
ed altre cosce e ventri ti comunicheranno il calore della vita.
Bacerai bocche, strapperai lettere,
farai viaggi e tanti festeggiamenti
di compleanni, laurea, promozioni, gloria, una morte dolce con sinfonie e cori,
tanto che il tempo sarà colmo e non sentirai il clamore,
gli irreparabili ululati
del lupo, nella solitudine.

L’ultimo giorno del tempo
non è l’ultimo giorno di tutto.
Avanza sempre una frangia di vita
in cui si siedono due uomini.
Un uomo e il suo contrario,
una donna e il suo piede,
un corpo e la sua memoria,
un occhio e la sua luce,
una voce e la sua eco,
e chissà anche Dio…

Accetta con semplicità questo dono del caso.
Ti sei meritato un altro anno di vita.
Vorresti vivere per sempre e consumare la feccia dei secoli.
Tuo padre è morto, anche tuo nonno.
Anche in te molto si è estinto, il resto sbircia la morte,
ma sei vivo. Ancora una volta sei vivo,
e col bicchiere in mano
attendi l’alba.

La risorsa del bere.
La risorsa della danza e del grido,
la risorsa della palla colorata,
la risorsa di Kant e della poesia,
tutte insieme… e nessuna serve.

É tutto pulito, in ordine.
Il corpo esausto si rinnova nella schiuma.
Tutti i sensi all’erta funzionano.
La bocca sta masticando vita.
La bocca s’ingozza di vita.
La vita scorre dalla bocca,
imbratta le mani, la strada.
La vita è grassa, oleosa, mortale, surrettizia.

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da La Tribuna di Treviso di mercoledì 8 dicembre 2010

Il recupero di una penna trevigiana, quella di Oddo Celotti (1895-1975), dalla vena giocosa e poetica, purtroppo dimenticata, è l’ultima fatica della casa editrice Devanzis di Giuseppe Vanzella, che ha dato alle stampe «Te vojo tanto ben, Treviso mia». Il volume raccoglie un’ottantina di poesie in dialetto e in lingua, scritte tra il 1922 e 1975, fortunatamente ritrovate in una collezione privata. Scoperta che ha stimolato una ricerca filologica, affidata alla classificazione e allo studio delle curatrici Claudia Furlan e Sara Visentin per restituire alla città un piccolo patrimonio culturale. Il libro verrà presentato martedì 14 dicembre alle 20.30, nell’Auditorium della Fondazione Benetton, a Palazzo Bombenm, da Giuseppe Vanzella, Toni Basso (storico) e dalle curatrici, mentre l’attore Mirko Artuso leggerà alcune composizioni poetiche di Oddo Celotti. L’autore, nato da antica famiglia trevigiana, uomo colto e raffinato, dotato di una particolare e sottile ironia tutta trevigiana, fu una personalità molto coinvolta negli interessi culturali della città tra gli anni ’20 e ’70. Collaborò con il quotidiano Il Gazzettino e il periodico satirico Il Cagnan. Ma dopo la sua morte, queste opere sono cadute nell’oblìo e oggi la pubblicazione di Vanzella torna rendergli merito. Le poesie sono precedute dalla biografia di Celotti e da un saggio critico. Chiude il volume un glossario dei vocaboli dialettali utilizzati, termini appartenenti ad un vernacolo arcaico

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“Dice il ghiottone

giorni dieci starò senza dolciumi

e senza grassi e senza sughi e fritti.

Così ogni tanto

proviamo a stare un po’ senza sentirci

folli

noi che già siamo

pelle e ossa”

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il libro di oggi (ottantacinque)

Le poesie di Guido Gozzano

Non sarà mai il mio poeta prediletto, ma alcune cose mi hanno sufficientemente immalinconito da farmelo piacere.

Come diceva Vecchioni “Com’è stato il concerto di Vecchioni? MMM, non era in forma, non ha pianto tanto!”

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Guidogozzano

insoddisfatta dalla letteratura, mi rifugio nella poesia, e trovo questa meraviglia, tra tante cose strambe, di quel coso con le gambe detto guidogozzano ( peraltro  aiutato dal nome, cosa si sarebbe inventato se si fosse chiamato più prosaicamente saravisentin? avrebbe dovuto ricorrere a un orrendo visentinsara, che forse reggerebbe una rima, ma non si regge)

I colloqui

reduce dall’Amore e dalla Morte
gli hanno mentito le due cose belle

I.

Venticinqu’anni!… sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
il dono mi lasciò dell’abbandono!

Un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico… guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.

Venticinqu’anni… ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi… ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s’apprezza

solo nell’ora trista del congedo!
Venticinqu’anni!… Come più m’avanzo
all’altra meta, gioventù, m’avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!

II.

Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.

Io piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.

A ciascun passo mi rivolsi indietro,
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.

Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sé romita,
e visse quella vita che non vissi.

Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.

Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,
sorrido e guardo vivere me stesso.

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Spero l’autore non se ne abbia a male, ma oggi è il giorno di questa poesia che io rubo e pubblico, tra l’altro scrivendone soltanto la traduzione in italiano, poichè questo blog non contempla l’ortografia della lingua del Bosco del Cansiglio.

L’Aquila

“Verrò dalla culla del bosco

recando nel becco una manciata di stipa,

con gli occhi rivolti al sole, non

potrai sfuggire ai miei artigli d’amore,

ti sospingerò a grandi volute sopra la roccia

del vento e le faville dello sguardo

accenderanno un nido nuovo di fuoco dove

brucerà la paura dell’altezza”

Da “Amor de osei” di Pier Franco Uliana. Nella lingua madre la poesia è ancora più bella, si intitola L’Osel.

Che bruci la paura dell’altezza!

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