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Sabato 23 aprile a Treviso una importante giornata di studio su La cittadinanza, i problemi che si aprono in questo momento di cambiamento sociale, le prospettive che vengono dalle possibili riforme in materia.

E’ possibile partecipare anche solo ai lavori di una parte della giornata. E’ stato richiesto l’accreditamento formativo presso l’Ordine degli Avvocati.

Un tema che periodicamente entra nel dibattito socio politico, ma rispetto al quale ancora andiamo un poco a tentoni. Un’ottima occasione di approfondimento.

Vi aspettiamo

 

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Datosi che non ho capito granché della Riforma Costituzionale, vado a farmela spiegare da uno che ne sa, e pure parecchio.

Lunedì 22 febbraio alle ore 18.00 presso la Libreria Universitaria San Leonardo di Treviso  l’avv. Bruno Martellone ci racconterà un po’ di cose attorno all’argomento.

E siccome so bene che non sono l’unica che non ha capito granché, vi aspetto numerosi

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Domani, venerdì 12 febbraio, dalle ore 8.30 alle ore 16.30 presso l’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso si svolgerà il Convegno “Le emozioni nella cura”, che vuole affrontare il tema dell’empatia, della mindfulness e dei costi emotivi dei professionisti sanitari nello svolgere la loro professione.

Ogni volta che ci troviamo di fronte a un caso di malasanità, a un errore medico, a una lista d’attesa troppo lunga, a un ritardo nell’accesso a una prestazione siamo tutti sempre pronti a condannare per primi i sanitari, i medici e gli infermieri in primis, per la loro cafoneria, piuttosto che per la loro lungaggine, piuttosto che per il fatto che ci sembrano più impegnati a risolvere pastoie burocratiche che a prendersi cura di noi pazienti. Senza parlare dell’errore medico (dalla medicina che crea una reazione avversa a una cura non efficace), o dell’intramoenia.

Spesso proprio su queste pagine ho criticato anche io queste cose, non tanto dal punto di vista dell’impegno umano, però, quanto da quello dell’organizzazione. Molti di questi problemi nascono da una cattiva programmazione, da rivalutazioni delle dotazioni organiche risalenti a 20 anni fa, da diktat regionali sui tetti di spesa. (Al netto del fatto che poi lo incontri sempre il sanitario che magari ha un carattere incompatibile col tuo, e quindi non vi prendete, come nel resto della vita).

Ho fatto spesso, nel corso di attività formative soprattutto legate al fine vita, l’esperienza diretta e concreta di pensare che, al di dà del camice, un professionista della salute è anche una persona che soffre, che vede i suoi pazienti morire nonostante abbia fatto tutto quello che la scienza gli consentiva di fare, che segue persone malate per anni, sapendo che non guariranno. Il camice non rende impermeabili alla sofferenza. Spesso, da pazienti, ci capita di incontrare professionisti che dimostrano più di altri attenzione, che più di altri prendono in cura il paziente globalmente. Sono quelli che non dimentichiamo, e spesso quelli che più portano con sé la nostra sofferenza, che la condividono.

Io sono fortunata. Perché ne conosco tanti.

Se domani vi avanzano un paio d’ore, fate un salto. Non ve ne pentirete.

 

 

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Era dai tempi di Gentilini che non mi vergognavo più di essere trevigiana. Ma oggi è ricapitato. Su fb un sacco di miei contatti, assolutamente non trevigiani, e assolutamente non sciocchi né stupidi, hanno banalmente fatto di tutta l’erba un fascio, dicendo “i trevigiani” o peggio, “quelli là”.
Siamo passati in un attimo dal veneto serio che si rimbocca le maniche dopo le trombe d’aria (che a sua volta mi era parsa una stronzata, quando succede una tragedia tutti si rimboccano le maniche) al popolo bue fascioleghista e ignorante.
Vorrei pertanto fare un paio di banali considerazioni in ordine sparso:
1. Non siamo invasi dai profughi: il numero di persone che stiamo accogliendo in questo momento in Italia, in Veneto, a Treviso è assolutamente inferiore a quello che altri paesi già prima di noi hanno accolto. A saperla gestire con un minimo di giudizio, non sarebbe neanche un’emergenza. Anzi, NON E’ un’emergenza. Il problema è che questa situazione, fin dall’inizio, non è stata gestita correttamente, dal governatore Zaia, in primis, che lancia slogan deleteri ma non prende decisioni, e dai sindaci col prefetto. Si fa un tavolo comune, a casa mia, non si prendono decisioni autonome, e ci metto in mezzo il prefetto, ma anche sindaci come quello di Villorba (che ogni tanto deve ricordare che è leghista, se no non pare)
2. Mi spiace dirlo, perché sono atea, ma dove l’organizzazione dell’accoglienza è stata gestita dalla caritas, non è successo nessun casino. I cittadini sono stati informati per tempo, hanno avuto il modo di capire, di chiedere, di farsi una ragione delle cose. E hanno accolto i migranti con solidarietà. Se il prefetto però dispone che oltre 100 migranti vengano trasferiti d’imperio in una struttura residenziale i cui abitanti non sono informati in alcun modo, forse non è strano aspettarsi che qualche casino succeda. Soprattutto se, come mi è parso di capire, il luogo destinato è teatro di qualche conflitto sociale già in corso. Non si può cadere dal pero se si scatena una guerra tra poveri.
3. L’ignoranza e la paura, soprattutto quando si è in tanti, possono diventare ingestibili, e condurre ad azioni sconsiderate che in una situazione di conoscenza delle cose (e quindi riduzione della paura) non si farebbero mai. Io non credo che tutti gli abitanti di Quinto siano male persone, e nemmeno tutti gli abitanti di quelle palazzine. Quello che so per certo è che sono stati fomentati a comportarsi così, e chi ha dato fuoco alle micce ha un nome e un cognome: Luca Zaia, che invece di recarsi in visita per verificare la situazione e tranquillizzare gli animi, ha demonizzato la presenza straniera, aumentando l’acrimonia. A questo si sono aggiunti i sobillatori padani e forzanuovisti, che hanno immediatamente approfittato per creare un presidio a sostegno dei residenti. E ai quali, a mio avviso si deve, e va sanzionato penalmente, il danneggiamento e il rogo delle suppellettili destinate ai migranti. Così è, nelle guerre tra poveri, che invece di mangiare si butta il cibo perché non l’abbia nessun altro.
4. non sono solo i “destri”, però, a contribuire a scaldare gli animi. Personalmente ho trovato la manifestazione di ZTL oggi in piazza assolutamente sopra le righe, e credo che se, a differenza degli abitanti di quinto, i ragazzi dei centri sociali sono stati caricati e portati in questura, ha poco a che fare coi migranti ma con altri conti in sospeso. In ogni caso, mi pare non abbia minimamente giovato alla causa.
Perché oggi dobbiamo cercare il dialogo, dobbiamo parlarci e capirci, non contrapporci ideologicamente, avendo come obiettivo la gestione della pseudo emergenza profughi, nell’ottica di un paese incattivito dalla crisi, e quindi un po’ più egoista, per quanto razionalmente nessuno possa dire che la presenza degli stranieri abbia realmente condizionato il suo status economico.
E per trovare il dialogo dobbiamo essere lucidi ed equilibrati, e parlare con le persone, e farle convinte che non saranno 100 stranieri in una caserma o in un palazzo a peggiorare la qualità della loro vita. Anzi, paradossalmente potrebbero migliorarla.
Perciò per favore, parliamone, lavoriamo insieme e non contro, perché io non voglio vergognarmi più, a causa di qualche manipolo di idioti, di essere cittadina di una città che, in fondo, amo.

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Si sa, io sono incapace di una lettura politica pulita, per me c’è differenza se uno mi sta simpatico o no, se penso che sia intelligente o che sia uno stronzo. Della politica accetto le logiche, ma poi le mie analisi sono meno rigorose. E’ un limite, lo so, e infatti mi occupo di questioni politiche solo a tempo perso.

Oggi mi è venuta in mente questa canzone di Guccini, Keaton “Keaton si presentò come un jazzista, appassionato e puro, in stile Rete Tre, coi pregiudizi di chi si sente artista perchè non faceva soldi, lui, con le canzoni, come me”, e non so perché ma mi sono venuti in mente i detrattori di Goldin, quelli che sono preparati, magari puristi, magari bravissimi, ma che a differenza di lui con l’arte non sono riusciti a farci i soldi. Non me ne voglia il Prof. Baldin, di cui ho letto l’intervento sulle pagine di facebook, e che ricordo molto bene perché, neolaureato, fu l’assistente di arte italiana del Prof. Puppi al mio primo esame universitario di storia dell’arte moderna (per inciso, presi 30 ed ero l’unica tra le matricole a seguire anche i laboratori, insieme a laureande del calibro della figlia del prof. Concina e a quella dell’illustre Giandomenico Romanelli), ma credo che il suo nome sia certamente noto agli esperti e agli addetti ai lavori, meno al grande pubblico. La fama, a certi livelli, è un fatto marginale?

Breve ripasso. Goldin si laurea, un poco all’ombra dell’istrionico Sgarbi, da cui sicuramente ha preso un poco di spregiudicatezza. Poi incontra un Principe, che vuol essere Mecenate, e diventa la più fulgida perla della sua corte. Buona parte dell’arte del passato è vissuta così, nulla di nuovo sotto il sole. Con buona pace di tutti. Durante l’era del belletto di Goldin pochi immaginavano l’abisso economico in cui stava sprofondando Fondazione Cassamarca, anzi, è proprio di quegli anni il rilancio delle attività della Fondazione anche con i teatri, oltre che con le Mostre.

Mostre che hanno moltissimi limiti, soprattutto per i puristi, ma che indubbiamente hanno avuto il pregio di avvicinare all’arte persone per le quali “mostra d’arte” era una bestemmia, e di dare a Treviso una visibilità (anche in termini di indotto) difficilmente raggiunta per motivi altrettanto dignitosi. Non so, ma me le ricordo solo io le pubblicità delle mostre a Treviso sulle pagine nazionali di Repubblica e Corriere, sul Venerdì? C’è gente in italia che Treviso l’ha sentita nominare solo allora, almeno prima delle sparate di Gentilini.

Dopodiché Goldin, forte del successo trevigiano, si è creato il suo business, è migrato in altri lidi con alterne fortune, ma non ha mai smesso di proporre il suo modello di mostra come evento di massa.

Che, scusatemi, impegna il dibattito filologico da tempo, ma offre sicuramente delle opportunità. Banalmente. Treviso è una città che ha importanti risorse artistiche, dalla raccolta Salce al ciclo degli Affreschi di Sant’Orsola, a molteplici reperti paleoveneti che presumo troveranno di nuovo posto nel rinnovato Bailo, solo per fare degli esempi, senza contare il fatto che nel circuito potrebbero entrare per esempio le opere di Tomaso da Modena a San Nicolò, o gli strepitosi libri miniati conservati nel Museo Diocesano. Però, cazzarola, non abbiamo un Van Gogh, o un Piero della Francesca (per assimilarci a una cittadina non molto più grande della nostra come Arezzo). Ci manca qualcosa da valorizzare dal punto di vista folkloristico ( a Montebelluna c’è gente  che va a visitare il museo dello scarpone….), e molto di quel che c’è non giustifica un’affluenza turistica significativa. Perlomeno fino a quando non sarà possibile creare un percorso museale coerente con delle offerte “collaterali” dignitose, ma questo c’entra poco con Goldin. La mostra come evento di massa risolve questo problema, stacca l’evento dal substrato culturale cittadino, che però può essere utilizzato come “antipasto” o “ammazzacaffè”. E’ un percorso possibile. E Goldin, da bravo business man, ce lo propone, mettendo le sue condizioni, una parte delle quali hanno decisamente a che fare col guadagno.

Si levino gli scudi, fuori i mercanti dal Sacro Tempio dell’Arte!

Il problema non è Goldin, e non sono i suoi detrattori, ovviamente. Il problema è capire la vocazione culturale di questa città, e rassegnarcisi.

C’è un polo museale ristrutturato, forse obtorto collo, dall’amministrazione leghista. Che tutti abbiamo sempre dileggiato perché analfabeta, giusto per mettere i puntini sulle i. C’è un’amministrazione comunale attuale che non ha le idee chiare, tanto che è disponibile ad appaltare tutto a un vecchio conoscente che è di casa dalle nostre parti, sulla fiducia. E c’è, o almeno dovrebbe esserci, la consapevolezza che valorizzare le risorse culturali presenti non attirerà frotte di turisti, che il lavoro da fare è più lungo e diverso, e che in termini di accoglienza (non solo turistica) questa città ha ancora molto da imparare.

Io non ho visto il progetto, non mi straccio le vesti né pro né contro Goldin, anche se una certa diffidenza nei confronti dei comitati in genere, e quindi anche di questo, non mi è aliena.

Vorrei invitare, a prescindere da Goldin, l’amministrazione comunale a fare una valutazione seria, mettendo in tavola quello che c’è (soldi compresi), e provando a immaginare cosa si può fare. Per esempio un concorso di idee. Al quale, però, metterei come clausula la partecipazione eclusiva di NON trevigiani. A volte, dal di fuori, le cose si vedono meglio.

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All’ordine del giorno, a Padova e a Treviso, ci sono i project financing per la costruzione di nuove strutture sanitarie.
Molte persone competenti che conosco, mi viene in mente per primo Claudio Rizzato, sono da sempre contrarie ai project. Molte persone sono contrarie solo oggi, dopo lo scandalo del Mose e il coinvolgimento in esso di alcune figure che fanno parte delle cordate assegnatarie degli appalti. A Treviso, poi, c’è sempre l’eccezione dei bastian contrari, quelli che oggi rivendicano l’ambientalismo e in tutti questi anni non si sono minimamente preoccupati di occuparsi della Cittadella. Quando si dice il tempismo.
Io, personalmente, ho un’opinione meno manichea e un po’ più articolata.
Alcune finanze di progetto sono state gestite abbastanza bene. Su tutte, mi viene in mente l’Ospedale di Castelfranco. Altre, sono state disastrose. Su tutte, mi viene in mente l’Ospedale dell’Angelo di Mestre, che però pativa un peccato originale: in un’azienda sanitaria indebitata per una marea di soldi, ma con la necessità assoluta di un nuovo ospedale (ce lo ricordiamo in che stati era l’Umberto Primo? Io 15 anni fa sono stata in day hospital lì praticamente in un magazzino…) il potere contrattuale dell’Azienda è abbastanza limitato, diciamo così.
Oggi, con i bilanci della sanità prevalentemente al limite del rosso, quando non proprio in totale deficit, costruire un ospedale dignitoso (non è il caso ad esempio dell’ospedale di Santorso che mi dicono essere stato realizzato malissimo) senza l’intervento dei privati è pressoché impossibile. Le leggi pongono dei limiti all’indebitamento possibile delle PA, ULSS comprese; i patrimoni immobiliari delle Aziende, che vengono inglobati nei progetti preventivi, in realtà faticheranno a realizzare utili (l’ex Pime, ad esempio, è della partita, ma chi se lo compra???). Insomma, il ricorso a finanze di progetto sembra inevitabile.
Stiamo tutti qui a discutere se tutto questo viene fatto per mangiare qualcosa.
E su questo no, mi sento di dirlo con certezza. A Treviso la Cittadella della Salute, almeno per la sua parte sanitaria, ma anche per la parte amministrativa, è necessaria. E, soprattutto, a Padova la costruzione di un nuovo Ospedale è INDISPENSABILE. Non perché ci sia qualcuno che ci può mangiare, ma per garantire la dignità e la sicurezza delle cure ai pazienti. Oggi l’Ospedale di Padova, che dal punto di vista clinico rappresenta in moltissimi casi un’eccellenza, dal punto di vista alberghiero fa impressione, e la sua dislocazione su più edifici causa non tanto scomodità, ma rischi per i pazienti. Sapete quanto poco si fa a confondere due provette se da dove si prelevano a dove si portano ad analizzare si devono fare chilometri, attraversando strade e sottopassi, magari sotto la pioggia? Può sembrare una cazzata, ma vi garantisco che non lo è.
Cosa dovrebbero fare le Amministrazioni Comunali? Non alzare barricate, ma entrare nel merito e vigilare. Su Bitonci non confido granché: non sa una mazza, e il suo no all’ospedale è pura demagogia populista per dimostrare che lui non spende i soldi dei cittadini per nulla, quando invece in questo caso li dovrebbe davvero far spendere perché necessario.
Sull’Amministrazione di Treviso devo dire che un timido tentativo di controllo e verifica sta cercando di esercitarlo, ma non posso dimenticare che dopo la sua elezione Manildo avrebbe dovuto rivendicare con forza la presidenza della Conferenza dei Sindaci, forte del fatto di essere comune capoluogo e di avere vinto con ampio margine, e ha invece abdicato. La non lungimiranza, in politica, è un errore che si paga.
Quindi non prendiamo, per cortesia, posizioni aprioristiche di difesa dell’esistente, ma cerchiamo davvero di capire cosa è necessario, e di vigilare affinché venga realizzato nel modo migliore possibile

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In occasione della fine del Ramadam Kounti Abderrahmane, un vecchio amico, ha rilanciato un’idea che si prova a far passare da un po’, ovvero la realizzazione di una moschea in città.
Convengo con il sindaco Manildo sul fatto che la Moschea, in questo momento, non è una priorità, ma mi pare che anche che l’idea di Kounti non fosse: ok, è il momento di fare ADESSO una moschea, quanto una proposta per iniziare una riflessione.
La mia opinione è questa: per me, che sono atea, i luoghi di culto sono essenzialmente inutili, al massimo decorativi (la CHiesa cattolica in Italia ha dei patrimoni culturali infiniti conservati proprio nelle Chiese, che giustappunto io frequento da turista ma non da praticante). ALtresì, il nostro Paese è laico, non ha una religione di Stato, anche se troppe volte può sembrare, e garantisce la libertà di culto a tutte le religioni presenti. Ovviamente, se c’è libertà di culto, ci deve essere anche un luogo dove praticarlo (personalmente trovo che affittare palestre e palasport per celebrare la fine del Ramadam sia una soluzione sgradevole, per quanto l’unica al momento possibile).
QUindi, ben vengano le Moschee, se la popolazione straniera residente le considera necessarie. Tanto più che ovunque, dove ci siano luoghi di culto per i Musulmani, il problema è non essere ostracizzati e cacciati ma riconosciuti, non è farla pagare dai cittadini italiani, ma avere i permessi per costruirla. Tra i 5 pilastri del Corano, infatti, vi è anche l’elemosina, e quindi dove ci sono situazioni di culto autorizzate, pur se in garage invece che in moschee, di solito sono prevalentemente autofinanziate.
Poi leggi i commenti agli articoli di giornale, e la critica più diffusa è: No, niente moschee! Nei paesi Arabi non si posson costruire Chiese. Vorrei davvero sapere quanti di quelli che scrivono ‘ste cazzate sentono la necessità di recarsi in Chiesa così spesso, perché ho dei dubbi, anche perché spesso nei commenti proprio questi son quelli che li infarciscono di paroline non proprio devote. Ma davvero se venissero costruite Chiese nei Paesi Islamici (che a differenza del nostro non sono stati laici ma hanno una religione di Stato) potremmo fare a cambio? O non è più probabile che si troverebbero altre scuse? Nel frattempo, che quelli che tengono alle Chiese vadano a Messa, e imparino l’accoglienza Cristiana.
Io, una moschea la vedrei bene, con calma, pensandoci, trovando il posto più adatto. Spazio ce n’è. E diritto di culto anche.
Poi, ribadisco, preferisco la laicità. E, a priori, l’accoglienza.

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